La valutazione degli homeschooler

Ripenso spesso alla nonna di Alberto e Vittorio, a quando la vedevo sferruzzare e confezionare soffici maglioni e sciarpe colorate. Per i miei quasi sei anni, la sua era una vera e propria magia: riusciva a lavorare per ore, a una velocità che avrei definito pari a quella della luce, sempre concentrata al massimo, senza perdere mai un punto, né sbagliare un cambio di colore o di intreccio, eppure i suoi occhi non erano fissati sul suo lavoro, bensì su noi bambini intenti a giocare, oppure sulla televisione, di cui conosceva ogni programma.
Io la guardavo attentamente, per cercare di rubarle questo segreto così affascinante. L’ho osservata per pomeriggi interi, senza farlo notare. Poi andavo a casa a cimentarmi in quest’arte.
Qualche volta le ho anche chiesto di insegnarmi. E lì lei mi diceva, naturalmente: “Guarda, si fa così” e mi mostrava. Non sapeva spiegare questa sua arte. La conosceva e stop.

Se avesse dovuto sostenere un esame, sarebbe stata bocciata! È ovvio: non sapeva dire se passava il ferro di destra prima sotto o prima sopra a quello di sinistra. E nemmeno come faceva a sferruzzare senza far cadere i punti, pur tenendoli sempre pericolosamente sull’estremità del suo ferro. Lei non sapeva esplicitare come funzionava, né perché era così, non sapeva raccontare delle teorie sul suo meraviglioso lavoro, né disegnare degli schemi. Se glielo avessero chiesto, si sarebbe subito confusa e molto probabilmente ci avrebbe rinunciato: a che serve spiegare e teorizzare o disegnare, schematizzare? L’importante è saperlo fare. E lei lo sapeva, eccome!

Lo stesso vale per gli homeschooler in apprendimento naturale, non strutturato: imparano facendo (learning by doing), imitando, giocando, ricercando la risposta a domande personali, anche a quelle non previste dai programmi ministeriali o dai percorsi scolastici.

Come la nonna di Alberto e Vittorio, anche loro sanno fare, non parlarne. Almeno fino a tutto il secondo settennio di vita. Dopo approfondiscono un approccio anche teorico.

A scuola, invece, gli studenti per forza di cose imparano perché ricevono degli insegnamenti, imparano attraverso delle spiegazioni, delle schematizzazioni, delle teorizzazioni. Ascoltano la lezione dell’insegnante, poi leggono il libro, infine ripetono i contenuti dello specifico apprendimento. E poi li esercitano attraverso tutta una serie di attività. Almeno gli studenti migliori.
Per questo motivo ha senso verificare i loro apprendimenti attraverso la richiesta di una “restituzione” della spiegazione e degli schemi che sono stati forniti e che stanno alla base anche delle esercitazioni.

I bambini e ragazzi che apprendono in modo autoguidato, invece, sono immersi in un processo di apprendimento costante, di cui spesso non sono nemmeno consapevoli. Come quando si impara la lingua materna, oppure quando si impara a camminare. Chi di noi saprebbe spiegare come funziona la deambulazione? Oppure, prima di fare i primi passi, ha studiato tutti i muscoli e le ossa coinvolte nella camminata? Abbiamo tutti cominciato a camminare naturalmente, senza nemmeno renderci conto che stavamo imparando una delle cose più importanti per la nostra vita. E se ci interrogassero su come si fa, se ci chiedessero una spiegazione, probabilmente ci boccerebbero tutti! Potremmo al massimo fare come la nonna di Alberto e Vittorio: mostrare come funziona.
Allo stesso modo, i bambini e ragazzi che non vanno a scuola sono immersi in un processo di questo tipo: tanti imparano a leggere o a scrivere senza rendersene conto, semplicemente così, osservando i grandi, imitando, ponendo qualche domanda, provando. Poi diventano molto spesso lettori insaziabili e sensibili, capaci di analisi profonde e articolate.
Anche i segreti dei numeri si possono “rubare” e le tabelline diventano un gioco.

Si potrà obiettare che alcune materie necessitano di conoscenze teoriche. In un’ottica scolastica, certamente. Ma non necessariamente.
Le lingue, per esempio, a scuola si apprendono attraverso una descrizione del loro funzionamento strutturale, cioè la grammatica. Come si sa, questo tipo di approccio non garantisce l’acquisizione di reali competenze comunicative. Le conoscenze grammaticali, peraltro, non sono richieste in nessun esame di fine ciclo, dove invece vengono focalizzate le competenze comunicative.
Fuori dalla scuola, le lingue si possono apprendere attraverso il contatto con parlanti nativi, ascoltando, parlando, viaggiando. La comunicazione passa in primo piano.
Se chiamato a sostenere un test grammaticale, un homeschooler probabilmente avrebbe delle difficoltà, così come molti di noi avrebbero difficoltà a sostenere un’interrogazione in grammatica italiana.

I bambini che non vanno a scuola non imparano di più o di meno, imparano diversamente.
E questa diversa modalità è appunto ciò che fa la differenza. Soprattutto in sede di verifica e valutazione.


di Nunzia Vezzola
Docente di scuola superiore e socia fondatrice dell’Associazione Istruzione Famigliare – www.laifitalia.it.

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