I “no” ragionevoli sono salutari

Il senso del limite è di grande aiuto alla formazione della personalità.

Quando un bambino rifiuta un cibo, pur mostrandosi affamato, provate a dargliene un altro del tutto diverso. Se rifiuta anche questo, portate via il piatto, con gesto deciso, ma non rabbioso (“Va bene, mangerai più tardi”) e non dategli altro, non una terza o quarta proposta, come molti fanno, stimolando il gioco del no contraddittorio.
È meglio che salti un pasto (non succede nulla per qualche volta, vista anche l’ipernutrizione cui è spesso sottoposto un bambino), ma che intuisca che è l’adulto a dare le regole. Evitiamo però il muro contro muro. Al pasto seguente gli prepareremo qualcosa che di sicuro mangerà volentieri, mentre con il cibo respinto riproveremo vari giorni dopo.

Cerchiamo ogni volta di decifrare i veri motivi del suo rifiuto, senza usare troppe parole, prediche, raccomandazioni, espressioni di ricatto.
Gli adulti (genitori, nonni, tate) ne inventano di tutti i colori:
“Se non mangi tutto, non potrai fare X o Y”
“Devi finirlo tutto, devi mangiarlo”
“Mangia tutto per mamma tua!”
C’è chi forza fino alla nausea (se lo facessero a noi?), arrivando a provocare il vomito, cosa che spaventa moltissimo il piccolo.
Ci sono bambini di 4-5 anni che arrivano a vomitare spesso, con precisa decisione, per raggiungere un determinato scopo.



Il comportamento contraddittorio è molto frequente nelle famiglie: la cioccolata è no dai genitori, dai nonni; il padre dice: “Se hai sete, basta l’acqua, che è sempre la migliore”, la madre, quando lui è assente, dà bevande colorate molto dolci; la nonna esige che si mangi a tavola e la piccola obbedisce senza problemi, la madre la insegue per tutta casa, piatto e cucchiaino in mano, “purché mangi qualcosa”; la madre non vuole che si mangi con la TV accesa (“Per poter parlare e guardarsi in faccia”, dice), dai nonni materni si fa il contrario, dalla nonna paterna il tavolo si riempie di pupazzetti con varie storielle (“Così si distrae e posso imboccarlo senza che nemmeno se ne accorga”).

In realtà la distrazione, di frequente usata dagli adulti per indurre un piccolo a fare ciò che per loro è più comodo o meno conflittuale, è il peggiore degli interventi.

Si usa anche la paura: “Se non mangi tutto, arriva la tata Camilla che ti porta via tutti i giochi”.
Il personaggio evocato è inesistente, ma il piccolo ne ha paura e divora in fretta ogni cosa.

L’ordine dei primissimi mesi può continuare trasformandosi via via che il bambino cresce. Si altera se gli adulti perdono la volontà di mantenere abitudini regolari, comunicazioni coerenti e insieme la calma.
Quanti piccoli a casa inventano proteste di ogni genere, mentre al Nido (senza alcun intervento speciale da parte degli adulti) mangiano tutto? Succede anche che nel posto, nuovo per loro, provino a fare “come a casa”, ma smettono rapidamente di fronte alla tranquilla fermezza dell’educatrice e alla presenza dei coetanei.

Grazie a domande come “Vuoi andare al mare o in montagna?”, “Vuoi la pasta o il riso?”, hanno la possibilità di ribaltare la situazione, di possedere il telecomando e di poter sintonizzare il genitore sul programma desiderato: avere un adulto che soddisfa i loro desideri.
Allora invece di domandare: “Vuoi la pasta o il riso?”, potremmo optare: “Oggi c’è il riso. Volevi la pasta? Hai ragione, la pasta è proprio buona! La prepareremo insieme domani”.

Cerchiamo ogni occasione per portarlo con noi nelle varie occupazioni.
Già intorno alla fine del primo anno andare al mercato, vuotare insieme la borsa delle verdure comprate, osservare la preparazione dei pasti, il lavaggio degli oggetti usati, sono tutti preludi validi all’agire vero e proprio.
Quando sta seduto volentieri al suo piccolo tavolo, potrà, con la guida paziente dell’adulto, tagliare con un coltellino adatto verdure bollite. Dopo averla spelata e tagliata, può schiacciare con una forchetta una piccola patata e mangiarla di gusto con qualche goccia d’olio. Può spremere un’arancia e versarne il succo in un bicchiere. Può sbucciare un uovo sodo dopo averlo raffreddato e molto altro ancora.
Azioni come lavare e asciugare (piccole stoviglie, posate), travasare (da una brocchina, con un imbuto), impastare, mescolare, usare un passino, rendono felice un bambino già intorno ai due anni.
Così come la scoperta che acqua e farina possono diventare buon cibo. Per questo, con un tavolo adatto e lavabile e un grembiulino per non infarinare il vestito, dopo un accurato lavaggio delle mani, si può preparare una pallina di pasta da pane per farne, con un piccolo matterello, una pizzetta che potrà poi cospargere con pezzetti o polpa di pomodoro, origano e bocconcini di mozzarella. Poi la meraviglia del forno: “Attento! Questo non si tocca, avvicina la manina, senti com’è caldo?”.

Esperienze affascinanti, da domenica piovosa con festoso assaggio insieme.


di Grazia Honegger Fresco
dalla Prefazione a Aiutami a mangiare da solo! L’alimentazione dei bambini da 0 a 3 anni

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