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Homeschooling: un’idea, tanti percorsi

Nulla di più falso che associare l’istruzione parentale direttamente o inscindibilmente alle scuole private, o “parentali”, ai tutor personali, ai precettori, ai couch. Nulla di più lontano dal vero che considerarla un metodo, sia esso ispirato a Montessori, Steiner, Waldorf, Bortolato o altro.
Non è vero che per iniziare un percorso di homescholing sia necessario trovare degli insegnanti privati, degli educatori, degli accompagnatori; o che fare istruzione parentale significhi per forza partecipare a dei laboratori, a “scuole” o corsi nella natura, fare dei lapbook, dei video, dei manufatti originali. Anzi, talvolta, le scuoline tradiscono lo spirito più autentico dell’istruzione parentale.

Le scuole parentali

Molte famiglie si affidano inizialmente alle scuole “parentali” per motivi diversi: perché entrambi i genitori sono impegnati professionalmente durante il giorno, perché non si considerano capaci di accompagnare i propri figli personalmente nella loro crescita cognitiva, sociale e psicologica, oppure per una difficoltà personale a immaginare una forma di apprendimento diversa da quella strutturata.
Le scuole parentali, d’altronde, spesso ripropongono molte dinamiche familiari alla maggior parte dei genitori, essendo tipicamente scolastiche:

  • orari prestabiliti e contrapposti a quelli del non-apprendimento;
  • tappe basate su un’annualità che va da settembre a giugno e su una scansione oraria dal lunedì al venerdì, con una concentrazione delle attività cognitive preferibilmente di mattina e con una progressione dei contenuti dal più facile al più difficile;
  • gruppo-classe invariato per tutta la settimana o per tutto l’anno;
  • presenza del docente o educatore/accompagnatore e assenza del genitore;
  • aula o comunque luogo di apprendimento circoscritto e distinto dall’ambiente di vita;
  • approccio didattico: i bambini sono tenuti a imparare quello che viene loro insegnato, o che è stato in qualche modo previsto per loro.

Talvolta c’è un maggiore coinvolgimento dei genitori rispetto alla scuola pubblica, anche se poi, all’atto pratico, questi ultimi in alcuni casi finiscono per essere relegati al ruolo di finanziatori e/o di agenzia di pulizie (o poco più).
Molto spesso, di fatto, mamme e papà sono estromessi dalla vita e dal processo di istruzione dei propri figli semplicemente perché non sono presenti quando esso ha luogo, avendolo delegato ad altre figure.
Tali scuoline si chiamano “parentali” solo perché sul piano amministrativo sono inquadrate allo stesso modo  dell’homeschooling e unschooling: la base normativa è la stessa per tutte le forme di attuazione dell’istruzione parentale. L’aggettivo che segue (democratica, steineriana, waldorf o quant’altro), richiamando un pensatore e innovatore straordinario, suggerisce la presenza di un pensiero pedagogico all’avanguardia, di un approccio efficace e rispettoso del fanciullo, di un metodo valido. Talvolta, si danno nomi inglesi, suona meglio, ma la sostanza non cambia: ripropongono il modello e le dinamiche delle scuole.
Inoltre, la frequenza di tali strutture richiede sempre molte risorse, o sul piano economico, o su quello organizzativo e relazionale. Spesso dopo un po’ la situazione diventa difficile da sostenere e i genitori allora si accorgono di impiegare più energie nella gestione o nel finanziamento della scuola che nella relazione con i propri figli. Quindi molti cercano altre strade.

Il precettore

Nella speranza di poter ritagliare il percorso sulle esigenze e le caratteristiche del proprio figlio, capita che i genitori decidano di affidare il proprio percorso di homeschooling a figure private di insegnanti, educatori, accompagnatori, precettori.
L’approccio è didattico. L’adulto sa (e sa cosa è bene sapere), il bambino ripete. Il maestro fa il programma (contenuti, tempistiche, obiettivi), sceglie un metodo e il bambino si lascia condurre. L’apprendimento passa prevalentemente attraverso l’insegnamento, gli esercizi, la spiegazione da imparare tale e quale. L’orario degli incontri è definito, come anche il luogo. Che il ruolo di docente sia impersonato dal genitore, cambia poco; semmai implica maggiori problematicità sul piano relazionale.
Spesso nei laboratori (workshop) la situazione non è molto diversa: l’adulto ha il ruolo decisionale, programma, prevede, prepara i materiali, i tempi e il bambino si ritrova a fare l’esecutore. Perché quando queste figure non hanno alle spalle un’esperienza di apprendimento naturale con i propri figli, di solito il modello che si ripropone è ancora quello scolastico.
C’è ovviamente il vantaggio che di solito il tempo dedicato a questi momenti di approccio formale è più ridotto e inevitabilmente si liberano altre energie e spazi per un apprendimento più naturale, in sintonia con la biologia umana. E ciò dà a genitori e figli la possibilità di apprezzare le potenzialità di un approccio non strutturato, non didattico, ma prevalentemente informale.
Così, con il tempo, sono i bambini stessi che danno segni di insofferenza rispetto alle ore di insegnamento a cui devono partecipare, che mostrano di preferire il gioco libero (strumento di apprendimento potentissimo) alla “lezione” del precettore, o comunque egli si chiami.
E i genitori imparano a fidarsi, perché riconoscono la validità di uno stile naturale, la grandiosità dei risultati ottenuti con un approccio non strutturato.
Progressivamente si assiste a un’evoluzione verso un sempre maggiore allontanamento dalla modalità e dalle dinamiche scolastiche.

L’abbandono di un atteggiamento di delega, di un approccio “didattico”, di un metodo

Molte famiglie prediligono uno stile molto o del tutto informale di apprendimento.
Alcuni lo fanno per scelta consapevole e matura fin dall’inizio del percorso, magari come approdo di una serie scelte di genitorialità ad alto contatto.
L’apprendimento naturale può anche essere il punto di arrivo dell’evoluzione in homeschooling e della descolarizzazione, un inevitabile processo di abbandono graduale degli schemi scolastici, che accompagna chi fa istruzione parentale.
Quindi la famiglia si fa carico di offrire ai bambini un ambiente cognitivo e sociale favorevole all’apprendimento e di lasciarli liberi di muoversi al suo interno per apprendere secondo i loro bisogni e le loro caratteristiche personali.
Il luogo e il tempo dell’apprendimento coincidono con quelli della vita. Anche il gruppo, o meglio i gruppi, di apprendimento sono formati dalle persone che si incontrano vivendo. I genitori e i familiari sono presenti per molto tempo. Niente programmi, ma gli orizzonti ampi delle competenze chiave. Nessun’altra regola o struttura se non quelle della vita sociale e famigliare. Non ci sono docenti, ma “esperti”: il parlante madrelingua, l’artista, l’artigiano, il musicista…
In questa full immersion di esperienze vive e significative, ilbambino impara tutto ciò che gli serve per vivere nel suo ambiente e tutto ciò che è in grado di apprendere, in base anche a quelli che sono i suoi bisogni in un dato momento.
Come fare a sapere se ha avuto abbastanza? Se è soddisfatto e non fa domande, vuol dire che ha ricevuto a sufficienza.
Da cosa si deduce se il bambino veramente sta imparando e capendo? È ancora il suo appagamento che fa da cartina di tornasole dell’efficacia del processo.
Come sottolinea John Holt, uno dei teorici dell’apprendimento naturale, se ha bisogno del nostro intervento, il bambino lo richiede. Altrimenti, qualsiasi iniziativa adulta è da considerarsi un’intromissione e un disturbo, un ostacolo.
All’inizio si può provare timore di questo approccio così poco conosciuto. Farò bene? Starà imparando abbastanza?
La pressione sociale può diventare un problema, soprattutto quando ci sentiamo giudicati, magari esclusi e discriminati. Per questo è fondamentale essere informati e curare le relazioni sociali.

L’istruzione parentale muove da princìpi  precisi

L’istruzione parentale, nella sua anima più profonda e autentica, non prevede la delega totale, né un approccio di tipo scolastico. Essa si basa sul dato scientifico che il bambino non può non imparare se vive in un contesto favorevole all’apprendimento: si impara secondo delle leggi biologiche ben precise. Queste escludono la frequentazione di un gruppo che sia sempre lo stesso, magari costituito esclusivamente da coetanei. Non si può imparare su richiesta, né per costrizione, o sotto ricatto. E nemmeno a orari stabiliti, in un luogo avulso da contesti portatori di un significato intrinseco.
L’apprendimento richiede la partecipazione attiva del bambino alla realtà che lo circonda e implica da parte sua interesse, curiosità, entusiasmo. Altrimenti non può inverarsi.
I bambini non imparano perché viene insegnato qualcosa, imparano perché è un loro bisogno preciso e perché dalla natura hanno ricevuto i mezzi per farlo. E lo fanno al meglio quando sono accompagnati dai genitori in qualità di osservatori e ascoltatori rispettosi.
L’homeschooling si basa su questi princìpi: vede la famiglia coinvolta in prima persona nell’offrire un ambiente di vita favorevole all’apprendimento, dentro e fuori l’abitazione, sia sul piano socio-relazione che su quello cognitivo ed emotivo.
Questo contesto esclude la delega, ma prevede l’incontro con persone e gruppi del luogo di vita e/o “esperti”, per esempio di musicisti, parlanti madrelingua, artisti, artigiani, sportivi ecc.
L’atteggiamento di fondo è discreto, empatico, è fatto di ascolto partecipato, di risposte circoscritte all’ambito della domanda, non di lezioni. Non è il bambino che segue le scelte o la programmazione dell’adulto, ma, viceversa, è il genitore che si muove con rispetto nella sfera di azione del figlio.


di Nunzia Vezzola
Autrice, docente di scuola superiore e socia fondatrice di LAIF Associazione Istruzione Famigliare.

Commenti (5)

    • Gloria

    • 5 mesi fa

    Non mi piace il tono velatamente accusatorio verso tutto quello che non è apprendimento autodiretto tra le mura di casa. Oltre a John Holt, altro libro molto interessante e ricco di spunti e quello di Peter Gray “lasciateli giocare” dove parla molto dell’interazione tra bambini, non coetanei, di età diverse ma comunque di apprendimento in comunità composte da bambini e ragazzi. Non credo che nulla sia condannabile a priori e molto dipende dagli intenti che stanno dietro ad una scelta. Io sono assolutamente per il libero apprendimento autodiretto ed il gioco spontaneo in natura ma, al contempo, mio figlio frequenta un progetto fondato tra famiglie. Un progetto di pedagogia del bosco, che qui non è stata citata ma di cui consiglio un approfondimento.

      • Nunzia

      • 5 mesi fa

      Ciao Gloria,
      Grazie per queste considerazioni interessanti.
      Mi spiace che tu abbia colto un tono che definisci “velatamente accusatorio verso tutto quello che non è apprendimento autodiretto”.
      Non di accusa si tratta, in realtà, ma di una volontà precisa di parlare di qualcosa che è ancora troppo poco conosciuto: l’apprendimento naturale non ha sponsor, poiché si avvale prevalentemente della forza e dei contributi delle famiglie. A differenza di tante altre pedagogie, non ha originato un indotto che lo sostenga. E questo è forse il suo principale punto debole.
      Sono un’appassionata ammiratrice di Peter Gray e conosco il suo libro (che ho citato spesso, tra l’altro anche nel mio volume “Apprendimento naturale – Homeschooling e Unschooling”, Armando Editore, 2020). Abbiamo anche organizzato delle serate di riflessione su “Lasciateli giocare”: https://www.youtube.com/watch?v=oJ58sOiD1dI, https://www.youtube.com/watch?v=IRRmL-l_5hg.
      Conosco ed ho frequentato anche la pedagogia del bosco (https://www.youtube.com/watch?v=IqJbvs8GsFs). Ma essa ha già un suo gruppo di teorici e sostenitori, oltre ad un ampio pubblico. Non ne nego l’efficacia e il valore, così come non nego la validità di altre pedagogie (https://www.youtube.com/watch?v=wnfewqlgYMU, https://www.youtube.com/watch?v=hq21iaGd-9E), che pure non è stato possibile citare in un articolo piuttosto breve.
      Ritengo tuttavia di poter dedicare le mie energie ad approcci meno frequentati, che però, per la mia esperienza almeno, hanno degli aspetti di notevole interesse.
      In particolare, mi premeva qui mettere in luce la descolarizzazione (deschooling, https://www.youtube.com/watch?v=Xs5C4V2IUqs), un processo necessario e ineludibile in istruzione parentale.
      La descolarizzazione comporta inevitabilmente l’uscita dalle “mura di casa”, come da quelle della classe, nonché il superamento di qualsiasi perimetrazione.
      La dimensione domestica, nella modernità, non dovrebbe essere circoscritta da mura, ma da porte e finestre trasparenti ed aperte sul mondo.
      Un caro saluto.
      Nunzia

    • Barbara

    • 1 settimana fa

    Gentile Nunzia, ho letto il suo libro e così pure questi bellissimi articoli. Tuttavia, come ho scritto in altri commenti, è tutto meraviglioso ed è l’approccio che vorrei. Ma mio figlio, per quanto lo ponga sempre in condizioni favorevoli all’apprendimento, passerebbe e passa tante ore solo a costruire capanne nella natura e simulare la vita preostorica. Da questi ed altri giochi ha molto da imparare ed impara, tuttavia se non avessi praticato anche un’istruzione classica seppur per 1 ora al giorno, è quasi impossibile che lui impari a fare un’analisi grammaticale (per citare un esempio). E di fatto, pur avendo imparato molte più cose dei suoi coetanei scolarizzati, all’esame di accertamento, basato su prove stile invalsi ecc è andato piuttosto male…

      • nunzia

      • 4 giorni fa

      Cara Barbara,
      Grazie per questo commento ricco di sensibilità.
      Mi viene da dire che il problema non sta nel bambino, né nel suo sviluppo, né nel suo percorso di apprendimento, ma piuttosto nell’esame e nel suo svolgimento: modalità, tempistica, location, contenuti, atteggiamenti …
      Questo è il motivo per cui LAIF sostiene la scelta della verifica del dovere di istruzione, strutturata a partire dal percorso del ragazzino e non da programmi astratti e standardizzati.

      Anche quest’anno ci sono state delle famiglie che sono riuscite a far capire al Dirigente scolastico:
      – che l’obiettivo della verifica è quello di accertare che il fanciullo sia protagonista di un processo di istruzione, non che abbia l’idoneità ad una classe che non frequenterà,
      – che un esame standard non ha significato per qualcuno che ha seguito percorsi informali con un alto livello di personalizzazione;
      – che un accertamento sotto forma di colloquio o di gioco (o altro ancora) può essere più adatto a rendere l’esame un momento veramente formativo, come da dettato normativo.
      Il ruolo del genitore in questi frangenti è quello di mediare fra la scuola ed il bambino protagonista di un percorso unico ed eccezionale. Non per tenere il proprio figlio “sotto una campana di vetro”, ma per permettergli il pieno sviluppo dei propri talenti e della propria autonomia senza interferenze esterne, per dare coerenza e logica ad un rito (quello dell’esame) che altrimenti risulta svuotato di significato.
      Trovi maggiori informazioni seguendo questi link:
      https://www.laifitalia.it/2022/05/30/scambio-di-esperienze-fra-famiglie-in-accertamento/ (a breve uscirà il resoconto della serata.)
      https://www.laifitalia.it/2022/07/01/accertamento-online-in-terza-media/.

      Quanto alla grammatica, per esperienza personale ti posso rassicurare: se gli servirà, tuo figlio deciderà ad un certo momento di impararla e lo farà con competenza e determinazione, se invece non gli servirà … non la rimpiangerà.

      Se vuoi che ne parliamo al telefono, trovi il mio contatto sul sito di LAIF.
      Un caro saluto.
      Nunzia

        • Nunzia

        • 1 giorno fa

        Cara Barbara,
        Leggendo il tuo commento ho colto che, avendo letto il mio libro, tu hai ben presenti le “leggi biologiche dell’apprendimento”.

        Mi sento qui di riprendere qualche semplice concetto per eventuali altre lettrici (o altri lettori), visto che tu parli di un ragazzino che “passa tante ore solo a costruire capanne nella natura e simulare la vita preistorica.” Tu dici chiaramente che tu lo poni in “condizioni favorevoli all’apprendimento”, ma che, nonostante questo tuo lavoro, lui rimane concentrato su un qualche aspetto che in questo momento lo intrìga particolarmente.
        Vorrei sottolineare che tu stai facendo la cosa giusta: gli stai offrendo situazioni (immagino anche sociali, visto che si impara nella relazione) potenzialmente utili a stimolare il suo interesse (https://www.laifitalia.it/2018/03/26/apprendimento/).
        Ma lo stai anche lasciando libero di scegliere.

        Fare unschooling (apprendimento autoguidato/naturale/informale) non equivale a far crescere i bambini come dei selvaggi, né a lasciarli soli, né a non dar loro occasioni di imparare. Certo, significa evitare corsi e lezioni di vario genere, anche quelli camuffati da laboratori (workshop, atelier), a meno che il ragazzino non lo richieda esplicitamente.
        Soprattutto significa accompagnarlo (o farsi accompagnare) nelle diverse situazioni che la vita ci offre nel gruppo sociale in cui ci troviamo, offrendo la nostra presenza e disponibilità, ma lasciandoli liberi di decidere se appassionarsi ad un qualche aspetto oppure no.
        Il fanciullo si muoverà poi in una direzione o nell’altra a seconda di cosa gli serve in quel momento per rispondere alle sue domande interiori.
        Mi è capitato di partecipare insieme ad alcune famiglie amiche ad una serata di stargazing in riva al mare: c’erano quindi almeno due principali nuclei di apprendimento: la volta stellata ed il mare, con tutti i loro abitanti, elementi, fenomeni, ecc.). Qualcuno dei ragazzini si è completamente disinteressato alle stelle, ma ha preferito chiacchierare con il pescatore che si era piazzato proprio vicino a noi. I genitori li hanno assecondati (anche se ci eravamo riproposti di guardare le stelle).
        Mi pare un buon aneddoto per chiarire cosa fa il genitore in unschooling.

        Queste scelte e questi percorsi devono poi confluire nel progetto educativo-didattico (https://www.laifitalia.it/2021/04/09/progetto-didattico-educativo-in-homeschooling/) che si presenta al momento dell’”esame” (che speriamo non sia standard, fatto di schede e/o di materie). E qui ancora una volta entra in gioco il ruolo e la capacità del genitore di rendere atto di un processo di grande valore e senso.
        Di fronte ad un progetto educativo-didattico strutturato in coerenza con le Indicazioni nazionali e con il percorso personalizzato del bambino, l’istituzione non ha nulla da dire. Perché stiamo facendo quello che dovrebbe fare la scuola.

        Grazie, Barbara, per avermi dato l’occasione di ritornare su questi aspetti.
        Un caro saluto.

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