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ossitocina

L’ossitocina è un ormone prodotto dall’ipotalamo ma secreto dall’ipofisi, ghiandola di piccole dimensioni che risiede nel nostro cranio, piuttosto anteriormente. La parola ossitocina letteralmente significa “parto veloce”: uno dei compiti attribuiti a questo ormone, e senza dubbio il più noto, è infatti quello di indurre le contrazioni della muscolatura dell’utero, sostenendo in questo modo l’inizio del travaglio e tutto il parto, fino al secondamento, ovvero l’espulsione finale della placenta.

I termini maschili usati nel testo sono da intendersi per persone di ogni genere.

Ossitocina: cos’è e a cosa serve

L’ossitocina è un molecola che ritroviamo identica in tutti i mammiferi: comparsa milioni di anni fa, è una molecola antica e, se si è mantenuta finora in molte specie animali, è perché la sua funzione biologica a favore della vita è fondamentale. Agisce perifericamente come ormone, e centralmente, là dove viene prodotta, nel sistema cerebrale, come neurotrasmettitore.
Come ormone lavora per esempio sulla ghiandola mammaria, per indurre la montata lattea e sostenere la produzione di latte durante tutto l’allattamento, o sulla muscolatura uterina per indurre il travaglio ed il parto.
Come neurotrasmettitore l’ossitocina interviene invece su aree del cervello filogeneticamente antiche, come l’amigdala (ma non solo), che sono associate all’emozione, alla memoria e la risposta emotiva: le emozioni che dunque lasciano un segno dentro di noi, la memoria di eventi emotivi vissuti e la risposta che abbiamo imparato ad organizzare in seguito a quegli eventi. Qui, l’ossitocina agisce come neurotrasmettitore, a favore di quello che oggi viene chiamato cervello sociale o relazionale, concetto creato dalle neuroscienze per spiegare che nel nostro cervello esistono circuiti neuronali nati, nel corso dell’evoluzione umana, al solo scopo di favorire le relazioni sociali. Quest’ambito, attualmente di grande interesse, ha implicazioni cliniche nello studio di una cura per l’autismo.

Le funzioni dell’ossitocina oltre il parto

La funzione che comunemente viene riconosciuta all’ossitocina è quella di indurre le contrazioni uterine nel corso del parto e in seguito di dare il via all’allattamento.
Iniziamo col dire che è tutto vero, ma che certamente l’ossitocina prodotta in corso di allattamento, e la cui secrezione è secondaria al contatto del neonato con il seno e con il corpo della mamma, è superiore a quella rilasciata durante il travaglio. È il contatto fisico che fa da innesco.
Soprannominato ormone dell’amore, l’ossitocina infatti aumenta in tutte quelle situazioni in cui il contatto fisico procura piacere e connessione, dalle coccole all’orgasmo, intensificando l’esperienza del piacere e del benessere che si ricava dallo stare insieme. Il circolo, come si dice in questi casi, è virtuoso: il contatto fisico procura rilascio di ossitocina che amplifica il piacere che ricaviamo dallo stare insieme, che a sua volta fa produrre e secernere più ossitocina che amplifica ancora di più il nostro benessere, e così via.

L’ormone dell’amore e della socialità

Seppure le donne ne producano in quantità superiore, vediamo infatti che l’ossitocina è sintetizzata anche dagli uomini: questo proprio perché la sua sintesi avviene in condizioni che non per forza hanno a che fare con il parto e l’esperienza dell’allattamento.
Se l’induzione delle contrazioni uterine e della montata lattea, a seguito della stimolazione del capezzolo materno, sono gli effetti principali dell’ossitocina, limitati però alle sole esperienze del parto e dell’allattamento, la funzione cosiddetta “sociale” di questo ormone è quella di cui, più di frequente, beneficiamo.
L’ossitocina è l’ormone che sostiene la relazione sociale, l’attaccamento, la curiosità di conoscersi e aprirsi a una relazione fiduciosa. L’ossitocina asseconda il legame affettivo, non solo nell’interazione tra madre e figlio, ma in ogni genere di relazione e interazione sociale: genitore e figli, amici, partner sessuali, fratelli e sorelle ecc. L’ossitocina insomma induce un atteggiamento che va in direzione contraria e opposta a quello degli ormoni dello stress (cortisolo e adrenalina), cioè tutt’altro che difensivo, di fuga ed evitamento, di sfiducia e disinvestimento. Alcuni studi hanno riportato che, nelle fasi di innamoramento, i livelli di ossitocina dei due amanti siano superiori a quelli di chi non è innamorato e che questi livelli si mantengano alti per almeno sei mesi.
L’ossitocina aumenta nel corso dell’orgasmo e del contatto fisico (coccole, carezze, abbracci) e risultati affini sono emersi chiaramente anche in laboratorio. Osservazioni sperimentali su animali, a cui veniva somministrata ossitocina, hanno mostrato che questo ormone procura un maggior attaccamento, una maggiore esplorazione e curiosità, un’apertura all’incontro e alla conoscenza reciproca.

Farmaci a base di ossitocina

L’ossitocina favorisce quindi il riconoscimento nella relazione, il bonding, il consolidamento della memoria sociale e di gruppo. Per questo motivo i farmaci a base di ossitocina, usati a un certo dosaggio per stimolare il travaglio, per ridurre e controllare il sanguinamento uterino dopo il parto, o ancora per indurre il completamento di un aborto, sono stati proposti, ad altro dosaggio, in altri ambiti medici. Parliamo della depressione post-partum, dell’autismo, dei disturbi d’ansia e della sindrome del colon irritabile, cioè di quei disturbi in cui il rilassamento e l’apertura alla relazione sono punti cruciali nella risoluzione dei sintomi e delle manifestazioni del disturbo.
Se fondamentale per il rilascio dell’ossitocina è l’atto del toccare, e lo è (il contatto pelle a pelle innesca la sua secrezione che favorisce la relazione, l’apertura a conoscersi e il benessere affettivo) ci rendiamo conto, una volta di più, che quanto ha fatto seguito alla pandemia di questi ultimi anni (il divieto alle relazioni, alla vicinanza, all’entrare in contatto) sia stato una sottrazione affettiva e neurologica importantissima per ciascuno di noi. L’indicazione dunque all’isolamento in casa del familiare positivo al Covid, soprattutto se bambino, per quanto avesse un suo razionale scientifico e preventivo vero, è violenta e contro natura. Allo stesso modo possiamo dire che, durante la pandemia, il sistema sostenuto dall’adrenalina e dal cortisolo, che insieme orchestrano la risposta allo stress, non è stato adeguatamente controbilanciato dall’azione dell’ossitocina, specialmente tra chi vive o ha vissuto da solo.

Benefici e limiti

In relazione alla sua funzione di rilassamento e connessione, all’ossitocina sono state attribuite anche azioni biologiche come quelle di:

  • abbassamento della pressione sanguigna
  • riduzione dei battiti cardiaci
  • riduzione della percezione del dolore
  • diminuzione del livello d’ansia
  • innalzamento della percezione di benessere

Bisogna però fare una precisazione importante. Alcuni studiosi sono poco inclini a considerare l’ossitocina una molecola ad azione così specifica sullo stress, sulla capacità di far relazione, e sicuramente sulla pressione e sul cuore, riconoscendole in questi ambiti un effetto biologico più aspecifico, meno diretto, più generalizzato di quello che eserciterebbe invece sull’utero e sulla ghiandola mammaria.
La sola ossitocina non sarebbe sufficiente a risolvere il sintomo depressivo, ansioso e l’isolamento sociale, né sarebbe da sola in grado di migliorare la capacità relazionale di una persona, perché gli effetti dell’ossitocina in questo ambito non sarebbero così dirompenti e diretti, non sarebbero insomma causali, ma concausali. Sono effetti, potremmo dire, che “creano le condizioni per”: per aprirsi alla relazione, per esser fiduciosi, per legarsi alle persone.
Non tutti però la pensano così. Altri ricercatori, per esempio, ritengono che l’ossitocina possa avere un’azione significativa anche al di fuori del parto e dell’allattamento, favorendo tra le altre cose lo sviluppo del sistema nervoso centrale del neonato e intervenendo in quei meccanismi neurologici che potrebbero portare all’insorgenza dell’autismo. Sicuramente altri studi si rendono necessari.

L’ossitocina nel parto e nell’induzione del travaglio

Al termine della gravidanza gli estrogeni e il progesterone, le prostaglandine e molte altre sostanze prodotte dall’organismo materno, dalla placenta e dal feto fanno sì che la muscolatura uterina diventi più sensibile all’azione dell’ossitocina. La cosa avviene grazie all’esposizione di un maggior numero di recettori per l’ossitocina sulla membrana delle cellule muscolari dell’utero. Una serie di altri eventi, come per esempio la dilatazione del collo dell’utero, la pressione del corpo del bambino sul collo uterino, la rottura delle acque, favorisce, in ultimo, il rilascio di ossitocina in circolo. Quando quindi l’ossitocina raggiunge l’utero, questo si fa trovare pronto per rispondere all’azione dell’ormone e il travaglio parte.
Dopo la nascita del bambino, prima che avvenga l’espulsione della placenta, alle donne viene somministrata dell’ossitocina sintetica che, secondo le linee guida, è usata per prevenire le emorragie che avvengono dopo il parto. È una pratica che viene effettuata comunemente a ogni partoriente, perché in questo modo viene stimolata la contrazione dell’utero, procurando da una parte il secondamento, dall’altra la costrizione dei vasi sanguigni uterini e dunque la progressiva riduzione delle perdite di sangue della donna. In questo modo il rischio di emorragia post parto si riduce enormemente.
L’induzione del travaglio tramite la somministrazione di ossitocina avviene invece quando, valutati i rischi, si ritiene che per salvaguardare la salute del feto o quella della futura madre, o di entrambi, e solo per questi motivi, il travaglio debba essere accelerato o debba assolutamente partire, nonostante non abbia preso ancora l’avvio naturalmente. Verrà dunque avviato somministrando ossitocina sintetica.
È importante sapere che in questi casi la somministrazione di ossitocina, se può essere necessaria e risolutiva, può anche comportare dei rischi, dunque deve essere effettuata se e solo se i benefici davvero prevalgono sui rischi. Somministrare ossitocina per ridurre i tempi di un travaglio lungo, che però non comporta pericolo per la donna e per il bambino, non è pertanto una scelta clinica corretta.
L’induzione del parto tramite ossitocina:

  • può infatti non funzionare
  • procura certamente delle contrazioni lunghe, non permettendo alla donna di prendere fiato e recuperare le energie, e al piccolo di ossigenarsi adeguatamente, come invece avviene di solito tra una contrazione e l’altra
  • riduce l’azione dell’ossitocina somministrata alla fine del parto per contenere l’emorragia uterina, azione che invece viene auspicata per ogni partoriente: le cellule muscolari uterine, che hanno ricevuto l’ossitocina ad avvio di travaglio, sono meno sensibili all’azione dell’ormone al termine del parto, questo probabilmente per esaurimento muscolare dell’utero o per saturazione già avvenuta dei recettori per l’ossitocina, esposti dalle cellule muscolari.

Cosa fare dunque se il travaglio non parte?

Si può stimolare la produzione e la secrezione di ossitocina tramite l’autostimolazione del capezzolo. Ancora più importante però, è sapere che lo stress riduce la produzione di ossitocina: lasciarsi andare e affidarsi alla sapienza del proprio corpo e a quella delle ostetriche, dei sanitari, e di chi ci segue nel parto è il primo passo dunque per attraversare il travaglio nel modo più bello, efficace e sicuro.


di Fabiana Pompei
Laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Scienza dell’Alimentazione. Dopo anni passati in ambulatorio, ora scrive di ciò che più le interessa: nutrizione, educazione alimentare, pedagogia e genitorialità.

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