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Riconoscere le emozioni e nominarle

In qualità di pedagogista mi occupo di tutto ciò che ha a che fare con il pieno sviluppo della persona e del suo potenziale. Per questo motivo, senza entrare in ambito patologico, è parte del mio lavoro studiare e fare formazione anche sull’aspetto emotivo ed emozionale. Infatti, lo stato di benessere e di sviluppo armonioso della persona dipende moltissimo da un rapporto il più possibile equilibrato e sereno con se stessi e con gli altri.
Inizierei con il considerare che, se pur molto lentamente rispetto all’importanza dell’argomento, negli ultimi anni, è diventato più frequente sentir parlare di emozioni e del ruolo che queste ricoprono nella nostra vita, anche se spesso sul tema si fa più spettacolo che formazione.
In libreria si trovano numerosi testi che parlano di emozioni in modo più o meno approfondito e può succedere di imbattersi in articoli interessanti pubblicati su alcune riviste specializzate. Di solito, un’informazione che non manca mai riguarda la quantità delle emozioni attualmente riconosciute nell’uomo, e qui ci imbattiamo in un primo problema perché su questo punto gli esperti non hanno raggiunto un accordo unanime. In piena logica occidentale che approccia la realtà frammentandola fino a ridurla ai suoi minimi termini, c’è chi divide le emozioni umane tra primarie e secondarie, alcuni sostenendo che le prime siano 7, altri invece che siano 8. Poi c’è chi sostiene ce ne siano in tutto 27, chi invece ne ha contate 87 e chi addirittura 101.

Attenzione a non diseducare alle emozioni

Di una cosa possiamo essere certi: sul tema delle emozioni vige ancora una discreta confusione e se ci pensiamo, è normale che sia così. Del resto, il nostro DNA è intriso anche delle informazioni che vengono dal contesto socio-culturale in cui siamo nati e cresciuti e il nostro contesto specifico, in Italia, ha una storia di difficoltà in tema di emozioni. Un esempio banale: quante volte abbiamo sentito dire la frase «Non piangere, è da femminucce (dove “femminucce” sta per “deboli” e quindi è lesivo sia per l’identità maschile che per quella femminile)».
Ecco, questo è un classico esempio di diseducazione alle emozioni. I bambini piccoli vivono le loro emozioni perché sono sempre in contatto con loro stessi ma imparano presto le regole sociali, compreso il non sentire ciò che provano, soprattutto se si tratta emozioni definite “negative”. Crescendo, il risultato potrebbe essere una gran fatica a riconoscere i propri sentimenti e a dare loro un nome. Probabilmente è per questo motivo che anche gli esperti non si trovano d’accordo nel contarle!

Un atlante delle emozioni umane

Il libro più interessante che ho trovato sulle emozioni è quello scritto dalla dottoressa Tiffany Watt Smith intitolato Atlante delle emozioni umane, edizioni UTET, 2017. L’autrice ha svolto un grande lavoro di ricerca antropologica per individuare come le culture di tutto il mondo definiscono le proprie emozioni: alcuni popoli, anche molto lontani da noi “occidentali”, hanno infatti imparato a dare un nome a tantissime emozioni. Leggendo il libro mi sono resa conto che anche a me, come a loro, era capitato di provare un grande range di emozioni diverse durante la mia vita, con la differenza, però, che la mia cultura non mi aveva dato le parole per nominarle.
Ora, questo punto avrebbe bisogno di una spiegazione approfondita di linguistica ma, per semplificare il concetto, possiamo assumere che se una cultura non fornisce le parole adatte a nominare le cose dell’esperienza, essa priva gli appartenenti a quella cultura degli strumenti per riconoscere tali elementi e per nominarli. Ne consegue che la conoscenza delle cose che possiamo esperire si rimpicciolisce drasticamente. Le emozioni che io ho riconosciuto leggendo il libro di Tiffany Watt Smith, sapevo di averle provate ma, non potendole nominarle, la mia esperienza di queste è rimasta dentro di me, non ho dato loro il giusto riconoscimento e non ho potuto “tirarle fuori”.
La stessa cosa accade anche quando una cultura ha le parole per dire certe emozioni, ma non permette di usarle.
Per esempio, la rabbia è un’emozione che ovviamente conosciamo tutti, ma essendo considerata “negativa” non ne parliamo spesso, non la esprimiamo o magari ne discutiamo solo in determinati contesti nei quali ci sembra lecito farlo.

Esistono emozioni negative?

Facciamo un passo indietro allora: cosa significa la parola “emozione”?
L’etimologia della parola emozione è da ricondursi al latino emovère (ex = fuori + movere = muovere) letteralmente portare fuori, smuovere, in senso più lato, scuotere, agitare. Per cui l’emozione è un’agitazione, uno scuotimento, una vibrazione dell’animo che ha il potere di “portare fuori di sé”.
Le emozioni sono parte dell’esperienza umana e non possiamo esimerci dal riconoscerle e dal dare loro un nome (o almeno cercare di descriverle). Dare un nome alle cose della nostra vita ha un’importanza enorme: nominare un’emozione equivale a dare riconoscimento e a integrare la parte di noi che l’ha provata. Il riconoscimento è uno dei bisogni più importanti dell’essere umano perché ci permette di darci valore, di portarci fuori, alla luce e trovare il nostro posto nel mondo.
C’è anche dell’altro. Come ho accennato all’inizio di questo articolo, nel corso della nostra vita può succedere che abbiamo provato una forte emozione e che per un meccanismo inconscio l’abbiamo giudicata negativa e l’abbiamo tenuta celata a noi stessi. Qui viene il bello. Infatti, quando il nostro meccanismo di controllo riconosce un’emozione come “non buona”, non gli è possibile eliminarla (per nostra fortuna), quindi la tiene nascosta.
Allora, cosa succede alle nostre emozioni non riconosciute e rinchiuse in un cassetto? Succede che restano lì, aspettano mesi, anni, anche intere vite, ma non senza creare disturbo. Tenere una o più emozioni in standby ha un suo prezzo e talvolta questo è molto alto, arrivando anche a compromettere la salute della persona. Una condizione di disagio o di disturbo fisico potrebbe essere semplicemente la somatizzazione di una nostra emozione che sta cercando di essere vista e riconosciuta.
Pertanto, quando si parla di emozioni è importante comprendere che anche quelle che consideriamo “negative” (come rabbia, collera, odio), nel momento in cui le proviamo, fanno parte di noi e vanno accolte. Attenzione, “accoglierle” non significa che, per esempio, se riconosciamo di essere molto arrabbiati con il nostro vicino di casa dobbiamo andare di corsa a sferrargli un pugno sul naso. Accogliere l’emozione “negativa” e la parte di noi che l’ha provata, significa innanzitutto prendersi cura ed essere responsabili di se stessi senza giudicarsi.
Ci vuole coraggio per decidere di entrare in ascolto delle proprie emozioni che, a ben vedere, fungono anche da “campanello di allarme”: se siamo indignati o arrabbiati o feriti per un altrui comportamento, significa che la nostra emozione è scattata perché qualcuno non ha rispettato il nostro limite ed è andato oltre. Abbiamo la responsabilità verso noi stessi di agire anziché reagire e di parlare a questa persona in modo che tale comportamento non venga più ripetuto e i nostri limiti vengano rispettati.


di Erika Bertolini
Laureata in scienze pedagogiche con specializzazione in movimento e sviluppo infantile, è anche insegnante di massaggio infantile AIMI. Sul sito www.erikabertolini.it offre consulenze pedagogiche.

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