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homeschooling

L’homeschooling è plurale. Un’affermazione certa ed evidente già nella definizione del fenomeno stesso: esso comprende infatti tutti i percorsi di apprendimento e istruzione al di fuori del sistema scolastico pubblico o parificato.
Non è quindi una pratica, o un metodo, e nemmeno un approccio o uno stile. È invece aperto a tutti gli approcci e stili, le pratiche e i metodi che in quel momento sono efficaci considerato il contesto, le caratteristiche del bambino e della sua famiglia.
L’approccio di tipo scolastico, ovviamente, non è che uno dei tanti possibili. Perciò spesso viene integrato, reinterpretato, bypassato, superato e persino trasceso: l’insegnamento ex cathedra, la figura del docente, le materie escono silenziosamente di scena in favore di una pluralità di percorsi che vanno da un apprendimento esclusivamente informale a forme miste fra non-formale e informale, con una prevalenza dell’uno o dell’altro a seconda delle situazioni.
In alcuni casi, poi, sparisce la stessa individuazione di tempi, spazi, strumenti e gruppi di apprendimento circoscritti e contrapposti a tempi, spazi, strumenti e gruppi specifici del non-apprendimento. Si preferisce una maggiore flessibilità, apertura e integrazione con il contesto umano, sociale, professionale, culturale.
La pluralità in homeschooling è anche la conseguenza della personalizzazione, dell’inevitabile e necessaria descolarizzazione, della contestualizzazione dei percorsi, del loro essere imprescindibilmente legati al flusso della vita e alla complessità del reale.
Le stesse motivazioni che portano le famiglie a optare per l’homeschooling sono anch’esse plurali. Salvo situazioni eccezionali, esse non sono riconducibili a un semplice rifiuto della scuola pubblica, o a una presunta volontà di fare meglio. Le ragioni che stanno a monte di questa scelta così impegnativa sono solitamente molto più complesse e profonde, vanno alla radice e al senso del dovere genitoriale di garantire l’istruzione della prole e del bisogno-diritto dei bambini di dare pieno sviluppo alla propria persona (art. 4 della Costituzione), comprendono una visione nuova e attuale della famiglia, dell’infanzia e dell’apprendimento.
Certo, la difficoltà di descrizione e catalogazione, una possibile tendenza all’indeterminato rende più sfuggente il fenomeno e più complessa la sua percezione e ciò può contribuire ad alimentare un atteggiamento di sospetto e diffidenza da parte di chi non lo conosce a sufficienza.

Libertà e pluralità

La pluralità è un concetto un po’ nuovo alla pratica della scuola in Italia, così avvezza a pensare in termini di standardizzazione di percorsi e di “programmi ministeriali” (anche ora che non esistono più), quasi esistesse un Diktat dall’alto, cui non ci resta che adeguarci.
La pluralità non è nuova però alla teoria e all’impostazione di base dell’istruzione; infatti è stata prevista già dai padri costituenti: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento» (art. 33 c 1 della Costituzione).
Questa “libertà” implica diversi aspetti: un’accessibilità incondizionata, una fruizione imparziale, ma anche libertà di scelta degli approcci e degli stili, libertà nella modulazione dei percorsi, che devono essere coerenti con le linee generali dettate dalla Repubblica (art. 33 c 2), ma anche e contemporaneamente ritagliati su misura sulla persona che apprende (Indicazioni nazionali per il curriculum 2012, cap. “Centralità della persona”) che deve esser posta al centro del processo di apprendimento.
La libertà che troviamo citata nella Costituzione è quindi anche il presupposto di una sana pluralità, che significa ricchezza, responsabilità, confronto, inclusione.
Così, per alcune situazioni funziona meglio l’insegnamento, per altre invece l’apprendimento autoguidato o spontaneo; alcuni bambini si appassionano prima alla letto-scrittura e solo dopo al calcolo e alla logica; altri invece raggiungono gli stessi obiettivi in tempi e con modalità diversi. Alcuni imparano la storia in ordine cronologico, altri no. Qualcuno la studia sui libri, qualcun altro grazie ai documentari, altri ancora accedendo direttamente ai documenti: foto, video, racconti di testimoni, o altro.
Questa è la pluralità di percorsi e di approcci di cui stiamo parlando: non ha effetti collaterali, se non la ricchezza delle opportunità e la possibilità di un sano confronto e di uno stimolo reciproco.

L’esame: un momento chiave per l’homeschooling

Poi c’è l’esame, il momento del confronto con un mondo che invece plurale non è.
Anzi, a dispetto dei dettati costituzionali e degli inviti dei vari ministri e legislatori, delle nuove riflessioni pedagogiche e didattiche, la scuola persiste nella sua autoreferenzialità: nella convinzione della necessità di un approccio calato dall’alto, nell’organizzazione del sapere in materie, nella standardizzazione dei percorsi.
In occasione di questo appuntamento annuale, i docenti devono fare un passo nuovo: devono accertare e validare il percorso di bambini che non hanno mai visto prima, di cui non conoscono le caratteristiche, e che vedono per un tempo estremamente limitato. Ma soprattutto a loro è richiesto di cambiare ottica, di assumere un nuovo paradigma. È richiesto loro di verificare delle competenze piuttosto che delle conoscenze o delle abilità, di pensare quanto meno in modo trasversale alle materie, di concentrarsi sulla persona singola e non sul programma, di considerare quelle attività che in gergo si chiamano “compiti di realtà” come una delle fonti primarie dell’apprendimento, e non viceversa.
Non è facile valutare chi fa homeschooling: per loro forse occorrerebbero teoricamente tanti criteri di valutazione quanti sono i bambini, gli stili, i percorsi, gli approcci.
Allora la soluzione è l’atteggiamento di buon senso pedagogico-didattico, la professionalità sostanziale.
Questo cambio di paradigma è necessario, non solo per la dovuta inclusione e il rispetto di chi ha scelto l’homeschooling, ma anche perché è potenzialmente vivificante per la scuola stessa: questo aprirsi a una pluralità di possibilità, di approcci e di stili non può che essere una ricchezza.
Certo, la prima reazione, naturale, è quella della paura e poi del sospetto, del timore dell’anarchia o di una certa liquidità socio-relazionale e pedagogica. Ma poi nella maggior parte dei casi arriva la conferma della bontà del percorso e allora i timori si placano: i bambini ricevono l’idoneità, le famiglie vedono valorizzati i frutti del proprio impegno, i docenti si rasserenano.
E si è messo un mattoncino per costruire un ponte.


di Nunzia Vezzola
Autrice, docente di scuola superiore e socia fondatrice di LAIF Associazione Istruzione Famigliare.

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