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comunicazione nonviolenta

La comunicazione nonviolenta (CNV), chiamata anche comunicazione empaticacomunicazione collaborativa o linguaggio giraffa, è un modello comunicativo basato sull’empatia, ideato nel 1960 dallo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, anche autore dell’articolo apparso sulla rivista The Green Parent.
Questo tipo di linguaggio permetterebbe di evitare frequenti incomprensioni e di riuscire a creare contesti comunicativi che non scontentino o danneggino alcuno dei soggetti coinvolti. Ecco quindi alcuni consigli su come esercitare la comunicazione empatica, in particolare nelle situazioni di difficoltà con i più piccoli.

Deumanizzare i bambini

Nei miei workshop di comunicazione nonviolenta, spesso inizio dividendo i presenti in due gruppi: metto uno in una stanza, l’altro in un’altra e a ciascun gruppo assegno il compito di scrivere un dialogo tra loro stessi e un’altra persona in una situazione conflittuale. L’unica differenza è che a un gruppo dico che quella persona è loro figlio, mentre all’altro gruppo dico che è il loro vicino di casa e non permetto alle due parti di confrontarsi su chi sia la persona con cui stanno discutendo, quindi tutti pensano di trovarsi nelle medesime circostanze.
Quando ci riuniamo, presentiamo i diversi dialoghi che i gruppi hanno scritto e poi chiedo ai partecipanti se notano delle differenze a proposito del grado di rispetto e compassione dimostrato da una parte e dall’altra. Ogni volta che l’ho fatto, il gruppo che lavorava al dialogo conflittuale con il proprio figlio si è dimostrato meno rispettoso e compassionevole del gruppo che lavorava al dialogo con il vicino di casa. Questo rivela dolorosamente quanto sia facile deumanizzare qualcuno semplicemente pensando a lui o a lei come a “nostro figlio”.
L’occasione che ha accresciuto molto la mia consapevolezza riguardo al pericolo di deumanizzare i bambini mi è stata data da una situazione particolare: in seguito a numerosi episodi di violenza tra una gang di strada e un dipartimento di polizia, mi era stato chiesto di prestare servizio per i due gruppi nelle veci di mediatore. Dopo aver passato del tempo con loro ed essermi confrontato con la violenza che dimostravano gli uni verso gli altri, ero esausto. Una sera, mentre guidavo verso casa, mi dissi che non avrei più voluto stare nel bel mezzo di un conflitto per il resto della mia vita.
Ovviamente, appena varcata la porta, i miei tre figli stavano litigando. Ho espresso il mio dolore nel modo in cui facciamo con la comunicazione nonviolenta, ho manifestato come mi sentivo, quali erano i miei bisogni e quali le mie richieste. E l’ho fatto dicendo: «Sentire tutto questo chiasso mi rende estremamente teso! Ho davvero bisogno di un po’ di pace e di silenzio dopo il weekend che ho appena passato! Sareste così gentili da darmi un po’ di tempo e spazio?».
Il maggiore dei miei figli mi ha guardato e mi ha chiesto: «Vuoi parlarne?». In quel momento lo stavo deumanizzando con il pensiero perché mi dicevo: «Che carino, un bambino di 9 anni che cerca di aiutare suo padre». Ma osservate come stavo ignorando la sua offerta per via della sua età, perché l’avevo etichettato come bambino. Fortunatamente ho riconosciuto questi pensieri, forse riuscivo a vederlo con più chiarezza per via del lavoro che stavo facendo tra la polizia e la gang. Avevo passato il weekend sperimentando il pericolo di etichettare le persone anziché riconoscere la loro umanità. Così, invece di vederlo come un bambino, ho visto un essere umano che stava tendendo la mano a un altro essere umano che stava soffrendo, e ho ammesso ad alta voce «Sì, vorrei parlarne». Ho aperto il mio cuore su quanto fosse doloroso vedere le persone arrivare al punto di volersi ferire a vicenda semplicemente perché non riescono a vedere l’umanità dell’altro. Dopo averne parlato per 45 minuti, mi sono sentito meravigliosamente e, da quel che ricordo, abbiamo acceso lo stereo e ballato in modo ridicolo per un bel po’.
Lasciate che vi mostri un altro esempio di come l’etichetta “bambino” ci possa portare a comportarci in modo abbastanza inopportuno. Quando sono diventato genitore per la prima volta, pensavo fosse compito mio far sì che i bambini si comportassero bene; credevo che un’autorità (un insegnante o un genitore) avesse la responsabilità di fare in modo che le persone etichettate come “bambini” o “studenti” si comportassero in un certo modo. Ora vedo quanto questo obiettivo fosse controproducente e ho imparato che ogni volta che proviamo a far comportare una persona in un certo modo è più probabile che questa resista, a prescindere da cosa le stiamo chiedendo. E ciò sembra essere vero sia che la persona abbia 2 anni, sia che ne abbia 92.
Cercare di far fare alle persone quello che vogliamo noi minaccia la loro autonomia, il loro diritto di scegliere cosa vogliono fare. Tutte le volte che le persone non si sentono libere di scegliere cosa vogliono fare sono più inclini a resistere, anche se capiscono lo scopo di quello che stiamo chiedendo e che, di solito, vorrebbero fare.
Il bisogno di proteggere la nostra autonomia è così forte che se percepiamo che qualcuno ha come scopo un unico pensiero, questo stimola la nostra resistenza. Succede ogni volta che qualcuno si comporta come se pensasse di sapere cosa sia meglio per noi, ogni volta che qualcuno non ci permette di fare le nostre scelte.

Potere e genitorialità

I miei figli mi hanno insegnato che, prima di tutto, non potevo costringerli a fare quello che volevo io. Non riuscivo a fargli fare niente. Né a fargli rimettere a posto i giocattoli nella scatola, né a fargli rifare il letto, né a farli mangiare. È stata una lezione di umiltà per me, in quanto padre, capire di non avere potere perché mi ero messo in testa che fosse compito di un genitore far sì che i figli si comportassero bene. E invece quei piccoletti stavano lì a darmi lezioni di umiltà, a dirmi che non potevo costringerli a fare proprio niente. Tutto ciò che potevo fare era fargli desiderare di fare quelle cose.
Ogni volta che esercitavo il mio potere su di loro per fargli desiderare di fare delle cose, mi insegnavano una seconda lezione. Ho imparato che se gli avessi fatto desiderare di fare quelle cose, loro mi avrebbero fatto desiderare di non avergli fatto desiderare di fare quelle cose! La violenza genera violenza.
Mi hanno insegnato che ogni uso di coercizione da parte mia avrebbe invariabilmente creato resistenza da parte loro, il che potrebbe portare a un tipo di relazione conflittuale e non voglio avere quel tipo di relazione tra me e i miei figli. Non voglio avere quel tipo di relazione con nessun essere umano, ma specialmente non con i miei figli, a cui sono più vicino e di cui sono responsabile. Ecco perché i miei figli sono le ultime persone con cui vorrei fare questi giochi coercitivi in cui le punizioni sono le protagoniste.

I limiti delle punizioni (e dei premi)

Mi piace aiutare altri genitori a vedere i limiti di ogni tipo di punizione con due semplici domande.
Domanda numero uno: cosa volete che il bambino faccia in modo diverso?
Se ci chiediamo solo questo, sembra che le punizioni a volte funzionino perché certamente attraverso la minaccia possiamo influenzare il bambino a fare quello che vogliamo noi. Ma non sempre. Se però aggiungiamo una seconda domanda, per la mia esperienza, i genitori capiscono che le punizioni non funzionano mai.
La seconda domanda è: quali sono le ragioni per cui volete che il bambino si comporti come dite?
È questa la domanda che ci aiuta a capire che non solo le punizioni non funzionano, ma impediscono anche ai bambini di fare le cose che hanno un motivo intrinseco. Dato che le punizioni sono usate e giustificate così di frequente, i genitori immaginano che l’opposto sia un tipo di permissivismo in cui non devono fare nulla, persino quando i bambini si comportano in maniere per niente in linea con i loro valori.
Beh, ci sono altri approcci oltre al permissivismo o alle tattiche coercitive come le punizioni. E, già che ci siamo, vorrei suggerire che i premi sono tanto repressivi quanto le punizioni. In entrambi i casi esercitiamo un potere sulle persone, controlliamo l’ambiente in modi che costringono le persone a comportarsi come piace a noi. In questo senso, i premi arrivano dallo stesso modo di pensare delle punizioni.

Creare una connessione

Esiste un altro approccio oltre al non fare niente o all’usare tattiche coercitive, ma richiede una consapevolezza della sottile differenza tra far fare alle persone quello che vogliamo e incoraggiare una connessione.
Se vediamo la differenza tra questi due obiettivi e cerchiamo consciamente di alimentare il rispetto reciproco, possiamo arrivare a una soluzione abbastanza velocemente. Quando entrambe le persone sono consce che i loro bisogni e il benessere dell’altro sono interdipendenti, è incredibile come i conflitti, che sembrano altrimenti irrisolvibili, si risolvano facilmente.

Allontanarsi dalla genitorialità moralista

Il tipo di comunicazione che crea la connessione necessaria affinché siano soddisfatti i bisogni di tutti è un po’ diversa da quella che usa forme di sopraffazione per risolvere le divergenze con i bambini. Richiede un cambio di rotta dalla valutazione dei bambini in termini moralistici come giusto/sbagliato, buono/cattivo, verso un linguaggio basato sui bisogni.
Dobbiamo essere in grado di dire ai bambini se quello che stanno facendo è in linea con i nostri bisogni o in conflitto, ma farlo in modo che non susciti un senso di colpa o vergogna da parte loro. Potremmo dire a nostro figlio «Mi spavento quando ti vedo picchiare tuo fratello perché ho bisogno che le persone della famiglia siano al sicuro» invece di «È sbagliato picchiare tuo fratello». Non dire più «Sei pigro se non metti in ordine la tua stanza», ma «Mi frustra vedere che non hai fatto il letto, ho davvero bisogno di aiuto per mantenere l’ordine in casa».
Il cambiamento nel linguaggio, passando dal classificare il comportamento dei bambini in termini di giusto e sbagliato, buono o cattivo, a un linguaggio basato sui bisogni non è facile per quelli di noi che sono stati educati da genitori e insegnanti che ragionavano in termini di giudizi moralistici. Richiede anche l’abilità di essere presenti per i nostri figli, ascoltarli con empatia quando sono angosciati. Non è facile se siamo stati addestrati a entrare in azione come genitori, dare consigli o risolvere problemi.

Empatia e presenza: i principi della comunicazione nonviolenta

Come possiamo rispondere quando un bambino dice cose tipo «Non piaccio a nessuno»?
Il bambino deve sentire che ci siamo e che sentiamo davvero cosa sta provando. Certe volte possiamo farlo in modo silenzioso, mostrandogli con gli occhi che capiamo la sua tristezza e il suo bisogno di un’intesa diversa con i suoi amici. O potremmo dire ad alta voce cose tipo «Sembra che tu ti senta molto triste perché non ti stai divertendo tanto con i tuoi amici».
Molti di noi, invece, entrano subito in azione quando un bambino dice cose di questo genere, rispondendo: «Beh, hai provato a pensare a cosa stai facendo che possa influenzare la vostra amicizia?». Oppure dissentire: «Non è vero, hai già avuto degli amici. Sono sicuro che te ne farai altri in futuro». Oppure diamo consigli: «Forse se parlassi in modo diverso con i tuoi amici, gli piaceresti di più». Quello però che dobbiamo capire è che tutti gli esseri umani, quando provano dolore, hanno bisogno di presenza ed empatia. Potrebbero volere dei consigli, ma solo dopo aver stabilito una connessione empatica.
Certe persone credono che sia più umano usare i premi delle punizioni, eppure entrambe le cose esercitano un potere sulle persone, mentre la comunicazione nonviolenta si basa sul potere condiviso con il prossimo. Il potere condiviso si fonda sul rispetto e sulla fiducia reciproca, il che rende le persone aperte all’ascolto e a imparare le une dalle altre, a darsi volontariamente l’uno all’altro per il desiderio di contribuire al benessere l’uno dell’altro, piuttosto che per la paura di una punizione o la speranza di ricevere un premio.
Il potere condiviso con le persone si ottiene essendo capaci di comunicare apertamente i nostri sentimenti e bisogni senza criticare l’altra persona in nessun modo. Lo facciamo offrendo agli altri quello che vorremo ricevere da loro, in un modo che non sia esigente o minaccioso. Come ho detto, è necessario ascoltare quello che l’altra persona sta cercando di comunicare, mostrare una comprensione sincera, piuttosto che entrare a gamba tesa, dare consigli o cercare di risolvere i problemi.
Ho imparato che è più naturale per le persone connettersi in modo amorevole e rispettoso, e fare qualcosa per gioia gli uni per gli altri, piuttosto che usare premi e punizioni o il senso di colpa. Ma questa trasformazione richiede un bel po’ di consapevolezza e sforzo. Purtroppo, spesso, otterremo più incoraggiamento da chi ci sta attorno se ci comportiamo in modo punitivo o giudicante, anziché in modo rispettoso con i nostri figli.
Mi ricordo una cena del Ringraziamento in cui stavo facendo del mio meglio per comunicare, nel modo di cui vi sto parlando e che sostengo, con mio figlio più piccolo e non fu facile perché stava veramente mettendo alla prova i miei limiti. Mi sono preso del tempo, ho fatto dei respiri profondi, cercato di capire quali fossero i suoi bisogni e i miei, così da poterli esprimere con rispetto. Un altro membro della famiglia che stava osservando la conversazione con mio figlio, ma che è stato educato a comunicare diversamente, si è avvicinato e mi ha sussurrato all’orecchio che se fosse stato suo figlio, lo avrebbe fatto pentire di quello che stava dicendo.
Ho parlato con un sacco di altri genitori che hanno avuto esperienze simili e che, quando cercano di rapportarsi in modo più umano con i bambini, invece di ricevere sostegno, ricevono spesso delle critiche. Le persone molte volte confondono ciò di cui sto parlando con il permissivismo o il non dare ai bambini la direzione di cui hanno bisogno, invece di capire che è solo un tipo di strada diverso. È una strada che viene da due parti che si fidano l’una dell’altra, piuttosto che da una parte che impone la sua autorità sull’altra. Uno dei risultati più spiacevoli che si possono ottenere dal cercare di far fare ai nostri figli quello che vogliamo noi, invece di stabilire che l’obiettivo sia che tutti ottengano ciò che vogliono, è che i nostri figli percepiscano una richiesta esigente, a prescindere da cosa stiamo chiedendo loro. Tutte le volte che le persone sentono una pretesa è difficile mantenere l’attenzione su qualunque cosa venga chiesta, perché, come ho detto prima, il modo minaccia la loro autonomia. Le persone vogliono essere in grado di fare qualcosa quando lo scelgono loro, non perché sono costrette, altrimenti, appena sentono una pretesa, trovare una soluzione che incontri i bisogni di tutti sarà molto più difficile.
Attraverso la pratica della comunicazione nonviolenta possiamo imparare a chiarire cosa stiamo osservando, quali emozioni stiamo sentendo, secondo quali valori vogliamo vivere e cosa vogliamo chiedere a noi stessi e agli altri. Non avremo più bisogno di usare un linguaggio colpevolizzante, giudicante o dominante. Possiamo fare esperienza del profondo piacere di contribuire al benessere degli altri, che sia nostro figlio o il nostro vicino di casa.


Dalla rivista The Green Parent, articolo di Marshall Rosenberg

Traduzione di Francesca Fornero

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