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Competizione tra mamme: perché succede?

Quando una mamma ci racconta che suo figlio di 7 anni è in grado di organizzare da solo i compiti per l’intera settimana di scuola o di preparare il suo zaino tutte le sere, e noi rapidamente realizziamo che nostro figlio non fa né l’uno né l’altro, a meno che non siamo noi a stargli dietro, e tuttavia rispondiamo «Anche il mio ne è capace!», stiamo scegliendo di abbandonare l’amichevole dimensione relazionale di uno scambio tra due persone e di iniziare a competere con l’altra mamma.
Vi è mai successo?
La competizione tra mamme è una cosa di cui tutte, prima o poi, facciamo esperienza. Invece di collaborare tra noi e cooperare, invece di domandare all’altra mamma se lei e il papà sono intervenuti in qualche modo per aiutare il figlio ad acquisire tanta autonomia nell’organizzazione scolastica e farci dare qualche suggerimento utile, decidiamo di gareggiare e chiudere ogni ponte di scambio vero. Lo facciamo in tutti i contesti condivisibili da due mamme: l’accudimento dei figli, la scelta della scuola, l’organizzazione del proprio tempo tra lavoro e famiglia, l’educazione.
Sbaglieremmo a pensare che capiti solo alle mamme più aggressive, competitive: competere tra mamme è più semplice di quanto si possa immaginare e spesso siamo disposte a farlo anche attraverso i nostri figli.

I termini maschili usati nel testo sono da intendersi per persone di ogni genere.

La gara tra mamme

Gli ambiti in cui molte mamme arrivano a gareggiare sono innumerevoli: se il peso che abbiamo raggiunto nei mesi di gravidanza è corretto; se la scelta dell’epidurale al parto è adeguata; se allattarlo al seno o con il latte in formula va bene; se è comune che il bambino cammini a 17 mesi invece che a 11; se dorme la notte o si sveglia tre volte; se siamo a favore del ciuccio o lasciamo che si succhi il pollice; se lo vacciniamo oppure no; se scegliamo un’alimentazione sana o lo alimentiamo a omogeneizzati e caramelle; se è timido e riservato o troppo esuberante; se decidiamo di tornare a lavoro o di diventare una mamma full time; se lasciamo la completa gestione della settimana ai nonni e alla baby sitter o ce ne sobbarchiamo il carico completo; se abbiamo un solo figlio o ne abbiamo cinque. Su tutto possiamo ingaggiare una gara, perché è facile trovare un terreno su cui le nostre scelte divergono da quelle delle altre mamme.
La competizione emerge in genere all’interno di una conversazione all’apparenza innocua, in un silenzio più prolungato, in un’esclamazione in qualche modo accusatoria, per cui ci chiediamo se siamo noi a travisare o se abbiamo inteso bene.
Altre volte la competizione è più evidente, non è possibile mascherarla perché è lo stile relazionale di alcune mamme.
Ma ci sono volte in cui siamo noi stesse a invitare per prime l’altra a gareggiare: i risultati scolastici di nostro figlio, quelli sportivi, la sua abilità nel fare qualcosa, la nostra nel fare qualcos’altro.

La mia esperienza

Essere un buon genitore però richiede innanzitutto la capacità di guardarsi dentro e di intendere quei grandi misteri che sono i nostri figli: il nostro sguardo insomma non ha motivo di ricadere al di fuori della nostra famiglia, in una gara con gli altri genitori, e men che meno in un confronto tra i nostri bambini e i loro.
Quando si tratta di figli, abbiamo bisogno di essere presenti in noi stessi e non nelle famiglie degli altri. Mi riferisco ai condizionamenti che noi genitori diamo ai bambini e ai ragazzi: le aspettative che riponiamo in loro, le dinamiche familiari che costruiamo, la nostra esperienza passata di figli e alunni, i nostri impacci mentali, i lacci emotivi con cui li imbrigliamo, obbligandoli a impegnare le loro energie di crescita nello sforzo di liberarsi dalle nostre costrizioni.
Per evitare questo giogo sui bambini e sui ragazzi non dobbiamo fare altro che dirigere lo sguardo su di noi e loro. Il confronto con altre mamme e con i loro figli non serve a nulla.
Quando un paio di anni fa, ai tempi del rientro a scuola dopo il terribile lockdown del 2020, io e mio marito ci siamo ritrovati a ragionare sul da farsi, abbiamo deciso che nostro figlio quell’anno non sarebbe andato a scuola, ma avrebbe fatto homeschooling.
Lavorando da casa, io mi sarei messa nelle condizioni di provvedere all’insegnamento scolastico per lui, che allora sarebbe entrato in seconda elementare. Ricordo che le perplessità sul rientro in classe erano comuni a tutti i genitori. Ci preoccupavamo del possibile aumento dei contagi in corso di anno e dell’effetto dell’utilizzo delle mascherine a scuola: cosa avrebbero comportato nei bambini (sul loro sviluppo sociale ed emotivo) l’uso dei vari presidi di protezione, il distanziamento, il clima di evitamento sociale necessario a evitare i contagi, lo spettro della didattica a distanza. Fu proprio per queste ragioni che in famiglia abbiamo optato per l’homeschooling.
Ricordo che io per prima nutrivo dubbi sulla riuscita della cosa: mio figlio si sarebbe ritrovato da solo con me, senza altri bambini con cui condividere le sue giornate di scuola in casa.
Le esperienze di homeschooling di cui sentivo parlare o di cui leggevo riguardavano solitamente famiglie numerose, con quattro o cinque figli, in cui uno dei due genitori, in genere la mamma, o entrambi, si dedicavano all’insegnamento parentale. Questa non era la nostra situazione: mio figlio era figlio unico e l’idea che si ritrovasse per tutto un intero anno a imparare essenzialmente da me mi gettava nello sconforto, nel timore che potesse risentire dell’esclusività del nostro rapporto, dell’assenza di compagni e amici con cui e da cui imparare.
Ricordo di aver parlato con due mie amiche di questa scelta: una delle due l’aveva accolta con entusiasmo (i suoi figli sarebbero andati comunque a scuola quell’anno), mi aveva molto motivata, aveva condiviso i miei timori (che erano reali, ne convenimmo entrambe) e mi aveva confidato che se non fosse stato per il lavoro, forse anche lei avrebbe fatto una scelta simile. Io di rimando avevo ridacchiato, continuando a rimuginare sulle mie perplessità.
L’altra amica, mamma di tre figli, aveva invece avuto una reazione del tutto differente, e per me inattesa: mi aveva gelata con un iniziale silenzio e successivamente mi aveva chiesto se pensavo di fare davvero il bene di mio figlio con una scelta tanto pericolosa per la sua socialità. Del resto lei, aveva aggiunto, non si poteva permettere di prendere neppure in considerazione un’eventualità tale: aveva tre figli, di età troppo diverse tra loro, e un lavoro che la portava tutti i giorni fuori casa. Per lei la scelta era obbligata, la scuola per tutti e tre, ma comunque, anche se non lo fosse stata, non avrebbe mai permesso ai bambini di perdere un’occasione tanto preziosa come l’esperienza scolastica. Infine, aveva concluso, queste erano cose che chi aveva un figlio soltanto, forse, non poteva capire.
Per me fu come una doccia fredda. Ancora poco sicura della mia scelta non l’ho neppure difesa, ma mi sono docilmente ritirata dal confronto.
Ecco, quello che voglio dire ora è che questa mia amica è una mamma molto premurosa, e anche un’amica su cui ho potuto fare affidamento in altre occasioni, non in quella dell’homeschooling evidentemente. Con lei, per tutto l’anno successivo in cui io e mio figlio abbiamo portato avanti insieme l’esperienza della scuola parentale (devo ammettere anche con buona riuscita, da parte di entrambi) sono stata sulla difensiva e l’ho evitata accuratamente.
Ho riflettuto spesso su quanto fosse accaduto tra noi. Mi sono chiesta se fossi stata io a pronunciarmi scetticamente sulla riuscita scolastica, mettendo in discussione involontariamente (o in maniera colpevolmente inconsapevole) la sua scelta, o se fosse stata lei a fare tutto da sola. Ho anche sospettato che lei, come me, nutrisse dubbi su quanto le nuove norme avrebbero potuto pesare sul benessere dei bambini ma non potendo, o non volendo, scegliere altro se non la scuola per i suoi figli, mi avesse attaccata tanto apertamente: con la mia scelta confermavo i suoi timori, mostrandole un’alternativa che lei non avrebbe realizzato.
Quello che ho raccontato è stato secondo me un attacco molto forte (per me lo è stato, voglio dire) e non è arrivato da una mamma disattenta o da un’amica velenosa. Dico questo perché è importante rendersi conto che tutte noi rischiamo di scegliere di tanto in tanto la via della competizione, del commento diffidente. A me è capitato di farlo.
Lo facciamo perché siamo insicure, confuse, perché nessuno ci ha rifornito di un manuale su come essere genitore, perché la vita è piena di imprevisti, perché i nostri figli ci risultano spesso enigmi oscuri, perché anche noi a volte siamo indecifrabili a noi stesse, perché viviamo nella convinzione che, in fatto di figli, la responsabilità maggiore ricada ancora sulla madre più che sul padre, perché la società, moderna e occidentale, in cui i ragazzi crescono e vivono, è una società competitiva, e noi genitori non siamo abbastanza accorti e preparati a proteggerli.

Perché gareggiamo con le altre mamme?

Quando scegliamo di gareggiare con le altre mamme ci sono delle domande che guidano il nostro comportamento: sto crescendo bene mio figlio? Sto facendo il meglio che possa fare? Sono una brava mamma? Sono tra le migliori? Mio figlio è normale? È migliore degli altri?
Quando entriamo in competizione, il nostro obiettivo è quello di confermare a noi stesse che il lavoro che stiamo facendo come genitori è valido e per farlo abbiamo a disposizione due strade: elevarci sull’altra mamma eleggendoci a migliore tra le due, o piegarla.
Già così è abbastanza deprimente, ma alcune di noi si spingono anche oltre: adoperano i figli come oggetto di gara. Non sono mamme cattive, sono solo molto insicure, performanti, incapaci di sostare nella possibilità dell’errore e dell’insuccesso.
Mettendo a confronto i propri figli con gli altri bambini e i ragazzi, misuriamo su di loro le nostre capacità, come se fossero dei sistemi di misurazione. È in questa maniera che chiediamo ai figli di accordarsi a noi, alle nostre insicurezze, invece di essere noi ad accordarci a loro. Così arrivano i corsi extrascolastici di inglese, gli strumenti musicali perché almeno uno strumento deve saperlo suonare, tre sport a settimana di cui uno agonistico, la scuola più esclusiva in cui imparerà due lingue straniere, il corso di teatro e quello di coding per riuscire a dare un senso anche ai videogiochi, che in fondo disapproviamo ecc.
Questo perché, quando giudichiamo i nostri bambini e i ragazzi mettendoli a confronto con gli altri, stiamo solo cercando di capire se i nostri figli hanno raggiunto il traguardo che ci attendiamo. Ma ai nostri occhi quel traguardo è nostro: noi ce lo siamo aggiudicato attraverso loro, noi lo possiamo esibire, noi ne veniamo accreditate.

Il ruolo sociale della donna

Sociologi e psicologi imputano questa attitudine delle mamme a competere alla forte crisi identitaria che noi donne stiamo attraversando riguardo al nostro ruolo sociale.
Il ruolo sociale della donna non è certamente definito alla stessa maniera di quello dell’uomo. Per quanto la libertà e la dignità della donna in molti Paesi del mondo abbia ottenuto una meravigliosa spinta in seguito alle lotte femministe, tuttora non c’è parità tra i generi e alcune opportunità di vita non sono a disposizione delle donne. Questo è un fatto, ma c’è anche dell’altro.
La donna, a seguito dell’emancipazione dai vecchi ruoli che le erano stati concordati dall’uomo, si trova ora in difficoltà a capire cosa le compete come mamma, nell’eterno guado del “cosa si aspettano gli altri da me”.
Cosa mi viene chiesto di fare come madre? Sto facendo abbastanza per mio figlio? Dovrei fare di più? Mio figlio è felice? È al sicuro? Sto facendo le scelte migliori per lui?
Molte mamme si sottopongono a questo bombardamento ripetutamente, ogni giorno.
Il passo verso l’insicurezza e il dubbio è breve e si fa ancora più breve per quelle donne che, una volta nato il bambino, decidono di lasciare il lavoro e di dedicarsi alla famiglia. In questo caso, secondo i sociologi, ritrovarsi nel mezzo di una crisi identitaria è molto facile. La donna potrebbe cercare di uscirne riguadagnando terreno e senso di sé attraverso il suo ruolo di genitore e attraverso i suoi figli: l’esperienza umana di mamma e bambino diventa così un’esperienza di perfomance, dove sia la mamma che il bambino spariscono e l’unica cosa a rimanere è il risultato e la sua visibilità agli occhi degli altri, e dunque nostri.

Suggerimenti per evitare la competizione

È dura essere genitori: richiede uno sforzo organizzativo continuo, elasticità, centratura, capacità empatiche, coraggio, leggerezza, fiducia, moltissima fiducia (nei figli e in noi come genitori), pazienza, uso della ragione, dell’immaginazione, del cuore, capacità di recupero, improvvisazione, sorriso, fermezza, lungimiranza, senso di giustizia, e altro.
Perché dovremmo renderci il lavoro più duro di quello che è già? Per quale motivo dovremmo darci tanto da fare per ridurre noi e le altre mamme a piccole categorie (io sono la mamma che non vaccina i suoi figli, lei è la mamma che non si presenta mai alle feste della scuola) riducendo a poca cosa la realtà complessa della genitorialità, e quella, spesso poco decifrabile e molto misteriosa, dei nostri figli?
Quando ci rendiamo conto che stiamo per gettarci nell’arena conviene fare un passo indietro, semplicemente. Dobbiamo essere vigili per evitare di essere competitive, renderci conto di quando rischiamo di esserlo, con chi lo siamo di più (con alcuni più che con altri?) e perché abbiamo bisogno di gareggiare, quale conferma cerchiamo.
Se la conversazione avviene via chat, su cellulare, prestiamo molta attenzione: questo genere di scambi possono contenere commenti neutri ma facilmente fraintendibili. Le chat non si avvalgono di tutta quella parte di comunicazione non verbale che fa da corollario a quella verbale. Il tono della voce, l’espressione degli occhi, la gestualità di accompagnamento a quello che diciamo, tutto viene a mancare e inavvertitamente la comunicazione si complica. Schiviamo le chat, se necessario. E se serve, evitiamo incontri con chi sappiamo essere competitivo, soprattutto nei periodi di maggiore fatica con i nostri figli, proteggiamoci da attacchi indesiderati in modo da proteggere anche loro.
Se proprio inciampiamo in una chiacchierata infelice, proviamo ad accordare alla mamma che tesse le sue lodi e quelle del figlio il punto che desidera: se elogia la bravura del bambino a sciare, uniamoci all’elogio e congratuliamoci con lei; se in qualche modo ci fa notare che siamo poco attente all’alimentazione in famiglia, acconsentiamo alle sue critiche, ammettendo che sì, è vero, siamo un disastro! Cosa ci importa del resto della sua critica?
Usciamo dalla gara insomma, sfiliamoci dal gioco, non c’è modo migliore per chiudere in fretta l’intera partita, perché vincere a questo gioco è un misera vittoria, e ci è completamente inutile.


di Fabiana Pompei
Laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Scienza dell’Alimentazione. Dopo anni passati in ambulatorio, ora scrive di ciò che più le interessa: nutrizione, educazione alimentare, pedagogia e genitorialità.

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