Sonno dei bambini e un nuovo discutibile studio

In questi giorni circola in rete e su vari quotidiani (1) la notizia di uno studio (2) sul sonno dei bambini effettuato dalla Psicologa Marsha Weinraub della Temple University (USA) pubblicato su Developmental Psychology (3).

Secondo questo studio i bambini dai sei mesi in poi andrebbero lasciati piangere la notte dando loro la “possibilità” di riaddormentarsi da soli senza essere allattati, né accolti dai genitori o da chi si prende cura di loro per essere consolati o aiutati a riprendere sonno.

Ecco che una volta ancora i genitori sono posti davanti al dilemma se far piangere i propri figli la notte oppure no.

Di nuovo i mezzi di informazione più comuni riportano dati discutibili senza invece discuterne affatto e lasciando ai genitori  indicazioni perentorie e apparentemente prive di possibilità di scelta. Affidarsi agli studi ha senso se questi sono, come si dice in gergo, “randomizzati e controllati”: cioè se hanno validità statistica e se sono quindi rappresentativi della popolazione a cui si riferiscono.

Di certo studiare il sonno dei bambini piccoli fino ai tre anni di vita è un ambito molto conveniente per i ricercatori, almeno per quelli che seguono l’onda dell’approccio comportamentista all’educazione dei bambini. In breve in questo approccio si pensa di dover insegnare ai bambini piccoli – attraverso metodi il cui numero aumenta a vista d’occhio e in maniera proporzionale alle loro vendite – come estinguere comportamenti ritenuti indesiderabili dagli adulti.

I risvegli notturni sono uno di questi comportamenti.

È possibile però occuparsi dei bambini anche attraverso conoscenze multidisciplinari che comprendano la fisiologia, l’etnoantropologia, la psiconeuroendocrinologia, analizzate INSIEME lungo la linea evolutiva dell’uomo dalla sua comparsa sulla Terra fino a oggi e considerandone il ciclo vitale.

Lo studio della Temple University raccoglie i dati di circa 1200 bambini, ottenuti intervistando i loro genitori, criterio che non ne soddisfa di certo la validità statistica.

Parla poi di una presunta associazione fra la depressione materna in gravidanza e i risvegli notturni del bambino dopo la nascita. Sì, avete capito bene: mamma depressa=neonato che si sveglierà di più. Qual miglior modo di radere al suolo le possibilità di empowerment di una mamma già dalla gravidanza?

Può essere utile sapere che in nessun manuale di psicodiagnostica è presente una chiara e condivisa definizione di quali siano i parametri nosologici della depressione post-partum. E anche che nelle maggiori università italiane di solito gli psicologi non studiano la fisiologia di sonno e l’allattamento: eppure la maggior parte di loro dà consigli su questi temi.

In questo studio, per esempio, non si capisce bene di che tipo di depressione si stia parlando. Sembra che, come al solito, passi il messaggio che la mamma depressa sia una madre “sbagliata”; che per incapacità adotterà stili di accudimento più legati all’affettività in quanto persona debole, malata e non capace di dare una buona educazione al figlio.

E che dire dei bambini? In quelli presi in esame in questo studio i risvegli riferiti dai genitori sono associati ad un temperamento difficile, all’allattamento materno, a malattie infantili, a depressione materna e a maggiore sensibilità materna. Non si capisce come l’allattamento possa essere visto come un problema, né come la sensibilità materna possa essere equiparata alla depressione.

E poi come si misura un “temperamento difficile”? Che significa difficile? Difficile per chi? In base a quali aspettative riguardo a come un bambino dovrebbe essere e comportarsi? Sembra trattarsi di una di quelle definizioni che, in realtà, non forniscono informazioni sul bambino, ma sulle reazioni dei genitori rispetto a quel bambino.

E infatti i dati sono raccolti attraverso interviste ai genitori, non da osservatori esterni.

E che dire poi dell’associazione risvegli e malattie? Sembra quasi insinuare che i bambini a cui si “permette” di svegliarsi la notte e a cui non si dà la possibilità di tirare fuori le proprie risorse (sì, perché aleggia sempre quel mito per cui sono i genitori a dare ai figli “il vizio” di svegliarsi, mentre i bambini avrebbero insite in sé tutte le possibilità di farcela da soli) siano vittime di più malattie. Come se i risvegli facessero ammalare.

Pensate che stress, ansia, senso di impotenza, senso di colpa, può causare questo pensiero nella mamma sana e normalmente sensibile di un bambino sano e normalmente reattivo che si sveglia normalmente la notte!

In realtà può essere un caso di causalità inversa: i bambini che stanno male, come è ovvio e come tutti sanno, hanno il sonno più disturbato. E’ la malattia a causare risvegli, e non il contrario!(4)

Studiando la fisiologia in qualsiasi manuale di anatomia umana troviamo che i cicli di sonno dei bambini e degli adulti sono qualitativamente e quantitativamente diversi fino circa ai tre anni dei bambini.

E guarda caso lo studio in questione si ferma proprio a questa età, perchè di solito la maggior parte dei bambini a tre anni inizia a dormire tutta la notte.

Succede però una cosa “strana”: quando un bambino nasce ha il sonno perfettamente sincronizzato con quello della sua mamma. Ciò vuol dire che mamma e bambino sono programmati per andare d’accordo nel sonno e che un ormone in particolare – chiamato prolattina – li aiuterà a mantenere questa sincronia se la mamma allatterà al seno il suo piccolo.

Ciò continuerà per tutta la durata dell’allattamento sia che duri giorni, mesi o anni. Il solito manuale di anatomia ci dirà anche chiaramente che nella fase REM del sonno dei bambini (questo succede già nell’utero) le cellule nervose crescono e si uniscono. Questa fase del sonno è quella in cui si sogna e diminuirà nel tempo fino a diventare sovrapponibile a quella degli adulti in un età compresa fra i tre e i cinque anni.

E finchè questo non avverrà il bambino avrà più facilità a svegliarsi la notte.

I risvegli notturni dei bambini sono ovviamente molto faticosi per i genitori e vengono spesso classificati come disturbi del sonno infantile che necessitano, quindi, di studi e di psicologi CLINICI (quelli, per intenderci, che studiano la patologia).

In realtà, di nuovo, dobbiamo notare come nessun manuale psicodiagnostico abbia finora prodotto criteri univoci circa la classificazione del sonno dei bambini come disturbato o non disturbato.

Quindi gli assunti di questo studio sono la prima cosa da mettere in discussione, in quanto partono da presunte categorie psicopatologiche che in realtà non sono mai state definite come tali.

Le culture del mondo che necessitano di metodi per insegnare ai bambini a non chiamare i genitori (difficile che effettivamente non si sveglino) sono la netta minoranza. Nelle altre ci si affida al buon senso, un qualcosa di cui tutti siamo dotati e per giunta a costo zero sia per i genitori che per i ricercatori.

Tutti i bambini del mondo in qualsiasi Paese nascano cercano il contatto per riaddormentarsi. Strano no? Lo fanno proprio tutti! Nel solito manuale di anatomia, se cercassimo la funzione di questo semplice strumento di cui tutti i genitori dispongono per accogliere i loro bambini anche di notte  – ognuno a modo suo e secondo la miglior sistemazione notturna per l’intera famiglia (5) – troveremmo un’altrettanto semplice risposta.

Il contatto fisico di per sé agisce da rassicurazione emotiva e da regolatore neuroendocrino ed è per questo che si parla di “cure prossimali” cioè di quelle modalità di accudimento che prevedono la vicinanza fra adulti e bambini. Questo avviene 24 ore su 24, e non avrebbe senso che smettesse alle 20 per riprendere alle 8 del mattino.

In un meraviglioso articolo che proprio tutti dovrebbero leggere le pediatre italiane Annamaria Moschetti e Maria Luisa Tortorella fanno notare come l’ossitocina (6), un altro ormone implicato nell’allattamento e nelle cure prossimali, sia presente negli aspetti fisiologici e comportamentali indotti dalle relazioni sociali in un contesto generale, ma soprattutto nella fisiologia dell’accoppiamento, del parto e dell’allattamento, dei quali contestualmente governa i correlati aspetti comportamentali: il legame di coppia e il legame di attaccamento madre-bambino.

Le cure prossimali tramite l’azione dell’ossitocina promuovono il legame madre-bambino. Quindi i ricercatori della Temple University come possono concludere il loro studio dicendo che la misurazione degli stili di attaccamento materno infantile non è correlata ai risvegli? Come si può pensare che un genitore abbia una relazione con un bambino di giorno e non di notte?

Nessuno qui vuole negare che i risvegli notturni mettano a dura prova i genitori. ma continuare a dare loro indicazioni che non tengano conto della fisiologia significa di fatto privarli di una possibilità di scelta e portare la soluzione di un apparente problema all’esterno, continuando a perpetrare i pregiudizi legati alla nostra cultura secondo cui un bambino è “bravo” se dorme tutta la notte e non disturba i genitori.

Infine l’indicazione di aspettare due minuti prima di andare dal bambino mi sembra tanto riferita all’articolo uscito tempo fa sul fatto che lasciar piangere un bambino oltre quel lasso di tempo metterebbe in circolo una quantità di cortisolo (ormone secreto in condizioni di stress) tale da essere smaltita in non meno di 24 ore.

E cosa fa poi il genitore dopo quei due minuti? Lo studio non ne fa cenno.

Ogni lettore provi pure a cronometrare il pianto notturno dei propri bambini e se davvero il 90% di loro smetterà ben prima dei 2 minuti io sono Cappuccetto Rosso :)!

Alessandra Bortolotti

Per approfondire leggi E se poi prende il vizio?

Bibliografia:

1.Il bebè piange la notte nella culla? Lasciate che si riaddormenti da solo”

2. Questo il link in inglese dello studio in questione: news.temple.edu

3. Si veda anche l’abstract su PUBMED

4. Cit. di Antonella Sagone, psicologa e IBCLC, tratta da un gruppo su FB

5. W. Sears (1999), Genitori di giorno e di notte, LLL

6. Quaderni acp


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  • federica

    Grazie Alessandra… da mamma sempre alla ricerca di info avevo letto di questa ricerca e mi ero scoraggiata!
    Le tue osservazioni sono assolutamente precise e dettagliate e ora… torno a stare tranquilla… mio figlio si sveglia ancora la notte… ha un anno… io faccio tanta fatica perchè al mattino lavoro ma almeno sono serena perchè faccio del mio meglio per dargli quello di cui la sua natura di bambino chiede.

    GRAZIEEEE!!!!!

  • Davvero una sfida al giorno, poveri noi.

    Martina Rinaldi
    (autrice di 101 modi per addormentare il tuo bambino)

  • valy79

    purtroppo troppi ancora sono convinti della validità del metodo estivill e nn ne conoscono la pericolosità; ma come si fa a lasciarli piangere?? mio figlio x es è uno di quelli che non si rassegna nè dopo 2 min, nè dopo 2 h, e io dovrei farlo stressare e star male così perchè lo dice ‘sta tizia???? pazienza, continuerò a svegliarmi la notte x altri 2 anni!

  • Ale

    Grazie mille per quest’articolo e per il tuo lavoro! Sono mamma di due gemelle di 22 mesi che si risvegliano più volte a hanno fatto tutto un tiro giusto 4 o 5 volte nella loro vita. Noi ce le mettiamo nel lettone e si dorme in 3 o in 4 (abbastanza) beatamente. Non è facile perchè non dormiamo benissimo, ma nei periodi più duri torno a leggere il capitolo sul sonno del tuo libro “E se poi prende il vizio” e mi rincuoro 😀

  • Carla

    Terrificante che questa psicologa sia una donna! Non vorrei essere sua figlia!