Bambini a scuola, riflessione sui compiti

Come anticipato ecco una seconda puntata della riflessione sui compiti, avviata due settimane fa con i saggi compiti suggeriti da Echino Giornale Bambino e che vorrei ora riportare ad alcune considerazioni più pedagogiche, provando a comprendere il senso che hanno o meno questi esercizi che accompagnano la vita scolastica per moltissimi anni e in maniera piuttosto generalizzata, anche se con significative eccezioni.

A cosa servono i compiti? La risposta comune ci porta all’idea dell’utilità di un esercizio che attraverso la ripetizione di alcune attività permetta di acquisire meglio alcune abilità o conoscenze: il calcolo, l’analisi logica o grammaticale, l’uso delle regole ortografiche…Questa convinzione parte dalla considerazione empirica, a mio parere corretta, che quanto si fa a scuola in aula non permetta a queste conoscenze di essere acquisite in modo consolidato e che il lavoro a casa serva appunto a questo.

Peccato che attraverso lo stesso processo di osservazione del fenomeno non si rilevi come anche dopo i compiti a casa le conoscenze non si modifichino granché, come rimangano spesso superficiali e labili soprattutto sul medio o lungo periodo.

Il problema, mi pare evidente, non sta nel quanto faccio per imparare ma del cosa o del come lo faccio.

Il problema, dobbiamo rilevarlo, sta nel tipo di approccio ai contenuti che la scuola offre, nei processi che attiva, nei materiali che utilizza, in quanto essi siano calzanti con ciò di cui i bambini hanno bisogno per imparare e non dimenticare più. Come quando imparano ad andare in bicicletta o a nuotare. Sarebbe davvero importante che ci si interrogasse su questo e non si cercasse nella quantità di esercizi assegnati a casa la soluzione di una criticità ben più profonda.

Sembra poi incredibile che la soluzione di ciò che non funziona in come i bambini imparano a scuola debba essere collocata fuori dalla scuola stessa, con i medesimi strumenti, oltretutto affidati a maestri “surrogati” come possono esserlo i genitori, tra l’altro tra loro tutti diversi come profilo di competenze ma messi di fronte ai medesimi “problemi”. Mi capita spesso che qualche amico/amica, pur di cultura medio alta, mi chiami o mi interpelli per avere un’interpretazione corretta per lo svolgimento di esercizi magari svolti in modo analogo in classe ma riportati in modo confuso dai bambini, soprattutto i più piccoli. Immagino la difficoltà di genitori meno “attrezzati” e l’imbarazzo davanti ai propri figli.

Senza considerare gli impatti negativi che spesso questa discrepanza di ruoli determina: sono piuttosto convinta che un genitore possa essere un buon insegnante, ma questo vale se penso all’homeschooling, scelta nella quale la famiglia assume consapevolmente la responsabilità dell’istruzione e ne determina le modalità operative; nello svolgimento di compiti a casa assegnati dagli insegnanti è piuttosto comune invece vedere all’opera genitori che, a prescindere dalle competenze, non vengono riconosciuti dai bambini come autorevoli in quel contesto, con relativo malessere reciproco; quando poi pensiamo a serate o fine settimana in cui il clima familiare viene alterato dalla necessità sociale (che tale è, per molti genitori) di mandare il figlio a scuola con i compiti terminati, a qualunque costo, ecco che tocchiamo con mano la schizofrenia di questa prassi che possiamo pure considerare ordinaria perché appartiene ai ricordi scolastici di ciascuno di noi, ma sul cui senso non possiamo che sollevare più di una perplessità.

Un pensiero su questo tema molto più articolato di queste mie righe ce lo offre un dirigente scolastico, Maurizio Parodi, che dell’eliminazione dei compiti a casa ha fatto una delle battaglie su cui pensa valga più la pena spendersi: il suo libro Basta compiti! Non è così che si impara (ed . Sonda), ci permette una riflessione completa sulle ragioni che dovrebbero portarci, anche in questo caso, a valutazioni consapevoli, alla ricerca di una scuola di qualità in cui le scelte vengano operate non per consuetudine pluridecennale ma per il senso pedagogico e didattico che esse hanno.

Sonia Coluccelli


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2 risposte a “Bambini a scuola, riflessione sui compiti”

  1. simona scrive:

    Una scuola senza compiti! Sembra un miraggio….ho una bimba di tre anni che ha appena cominciato la scuola materna e alla riunione di inizio anno c’erano mamme che chiedevano di attivare laboratori di inglese (a pagamento, visto la carenza di risorse pubbliche) per i bambini di 5 anni….per prepararli meglio alla prima elementare. Sono inorridita al pensiero del futuro che aspetta i miei figli….

  2. Sonia Coluccelli scrive:

    qualcosa si muove…e se l’unione fa la forza, magari qualche speranza c’è!! https://www.facebook.com/groups/643743305723538/

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