Siamo genitori “bambinocentrici”? Se accudiamo ad alto contatto, prende il “vizio”? I consigli di Naomi Aldort

N.B. Questo articolo è il (ed ultimo) di una serie di contributi appositamente tradotti per approfondire le tematiche del best seller di Naomi Aldort (tra poco tradotto in Italia):

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Nell’ambito di una genitorialità rispettosa della natura del bambino e delle sue attese innate, spesso le discussioni si impaludano nel dubbio amletico su come interpretare il tema della centralità del bambino. Ecco le domande:

  • Il bisogno di proteggerlo, accudirlo e guidarlo, in che modo si concilia con il suo bisogno di indipendenza, autonomia e autodeterminazione?
  • L’empatia, il rispetto e l’attenzione come si sposano ai timori crescenti dei genitori odierni sulla sicurezza e la disciplina?
  • In che modo si proteggono davvero i nostri figli, pur educandoli alla libertà?
  • L’accudimento ad alto contatto come si sposa con la necessità di non far ruotare tutta la vita del genitore attorno a quella del figlio?
  • Come si soddisfano i bisogni di socialità se si vive in una famiglia nucleare e non si ha una comunità a disposizione?
  • Una madre che viva in una grande città e non abbia una famiglia allargata o una comunità di riferimento dovrà da sola sopperire a un intero villaggio di relazioni che la natura avrebbe previsto per crescere il suo bambino?

A queste e ad altre domande, lo straordinario libro di Naomi Aldort (presto pubblicato in Italia) si dedica con risposte esaustive e concrete, che non perdono mai di vista la natura e i bisogni dei bambini. In attesa dell’uscita alle stampe, ecco una quarta e ultima anteprima dei contenuti del libro, dedicata al tema controverso di come mettere o non mettere il bambino al centro:

Alcuni genitori temono che focalizzare la propria attenzione sul bambino significhi diventare bambinocentrici, e che questo impedisca lo sviluppo sociale dei figli. Vorrebbero che il figlio si sentisse parte della comunità ma non il suo centro. Il loro esempio sono spesso le tribù o le famiglie allargate, che offrono al bambino l’opportunità di sentirsi parte di una più vasta realtà sociale. Tuttavia, idealizzare la vita nelle tribù rischia di renderci ciechi di fronte alle reali possibilità offerte dal nostro tempo e dalla nostra cultura. La famiglia nucleare non è una tribù e non può procurare un’esperienza analoga a quella delle grandi comunità; può però offrire un senso di appartenenza. In una famiglia, il senso di appartenenza e di essere un membro partecipe della stessa si sviluppa a partire dalla cura che si ha per ciascuno nella sua individualità, e dalle relazioni di intimità a due. La vita non deve ruotare attorno al bambino, ma questo non vuol dire che egli non debba ricevere un’attenzione personale. Non sarà il solo a riceverla, si sperimenterà come parte della famiglia e imparerà ad aver cura dei bisogni degli altri. A ogni membro della famiglia è dato lo stesso valore. L’attenzione che si riceve è come il cibo e le altre cure, è una risposta a un bisogno umano. Il bambino sente di valere grazie al tempo e alle attenzioni che gli dedichiamo. Impara anche il valore di se stesso e degli altri osservando la cura che avete per voi stessi e per gli altri; se voi vi date valore, lui farà altrettanto. Molti genitori anelano a costruire per i propri figli una comunità che ricordi quella tribale perché vorrebbero che i bambini si relazionassero con altre persone e coetanei, soddisfacendo appieno i propri bisogni di compagnia e attività comuni. Se per voi è importante, cercate con ogni mezzo di ricreare una comunità in cui far crescere i vostri figli, date il via a progetti di vita in comunità o di co-housing, oppure unitevi a realtà già esistenti. Ricordate, però, che vostro figlio continuerà ad avere ancora bisogno della vostra attenzione indivisa, forse di meno, ma non sempre.

Nella famiglia nucleare il bambino si trova spesso da solo con la mamma o il papà e forse un fratello. Non c’è nessun altro con cui giocare o con cui sperimentare un senso di appartenenza. Giocare da solo non è la risposta, per quanto vada bene finché piace al bambino. Non dobbiamo aver paura di offrire quel tipo di appartenenza e di attività che sono tipiche di una piccola famiglia moderna. Focalizzare la nostra attenzione sul bambino è la risposta amorevole a chi ha solo voi con cui giocare. Nella misura in cui il bambino assiste a una realtà in cui c’è un equilibrio e i bisogni di tutti vengono presi in considerazione, la cosa non è in contraddizione con il senso di appartenenza a una comunità. Dobbiamo accogliere il presente e scoprire quali siano le nuove qualità che esso esalta nella natura umana. Se accettiamo con amore la nostra realtà, tutti gli altri valori troveranno il proprio spazio in modo armonioso, quale che sia la struttura sociale. Il risultato di crescere in una famiglia nucleare, con un’attenzione personale, è un diverso tipo di essere umano, che porta avanti possibilità e qualità diverse rispetto a chi è cresciuto facendo parte di una tribù. Leggere un libro a un bambino o seguire le sue ricerche non ne fa un mostro di egoismo, sviluppa piuttosto una forma di pensiero più individualizzata. Il bambino cresce per appartenere alla nostra società, in cui si dà valore all’individualità e al contributo creativo di ciascuno alla comunità più vasta. Nessuno dei due sistemi è migliore o peggiore, sono solo modi diversi di essere umani, da riconoscere e apprezzare.

La paura di essere bambinocentrici è simile a quella di viziarli con l’amore, le coccole, la generosità e la gentilezza. Non è necessario trattenere il proprio amore per paura di viziare i figli. Se, quando è solo con la mamma, il suo bisogno di relazionarsi è respinto, un bambino non può che imparare a essere insensibile e a sentirsi privo di valore. Un altro presupposto alla predilezione di molti genitori per l’imitazione di un contesto tribale è la possibilità che i bambini piccoli assistano alle attività degli adulti, alle quali col tempo parteciperanno e nelle quali diverranno sempre più abili. Di nuovo, la vita è cambiata; il tipo di attività che un bambino osserva a casa, spesso svolta da un genitore immobile (al computer, alla scrivania, al lavello etc.), manca di interesse e di stimolo. Alcune delle abilità fondamentali che un bambino desidera imparare richiedono un’interazione personale, mentre altre non rientrano neppure nell’ambito dei lavori che egli può osservare a casa. Nella famiglia nucleare, il bambino piccolo è costretto a dipendere dall’attenzione che gli si presta a tu per tu, il che non è né un bene né un male, è solo la realtà odierna da apprezzare e sulla quale prosperare. È grazie a questa attenzione che il bambino avrà il potenziale per diventare un pensatore indipendente e un innovatore come Einstein, Edison e Mozart. Crescerà e sarà un adulto attento e premuroso perché avrà sperimentato la gentilezza, la generosità e l’amore; diventerà un pensatore creativo perché il suo cammino individuale sarà stato assecondato.

I bambini abbracciano con entusiasmo la cultura in cui nascono, qualunque essa sia. La Natura ha reso gli esseri umani molto flessibili e capaci di crescere bene in più di una circostanza. Per trasmettere l’amore per la vita e la pace interiore dobbiamo accogliere la nostra realtà per ciò che è, anziché desiderare un diverso stile di vita. Andiamo incontro alle esigenze dei figli così come si manifestano in relazione alla nostra società, e apprezziamo le qualità che ne scaturiscono. La felicità è scegliere ciò che è. Le nostre ansie si placherebbero se abbracciassimo con gioia ciò che stiamo lasciando ai nostri figli e permettessimo all’amore di fluire indisturbato”.

Michela Orazzini

(Testo di Naomi Aldort: tradotto da Michela Orazzini)


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