Madre e padre: per un accudimento condiviso (I parte)

Il dipinto rappresentato è la versione di Van Gogh, ricca di bellissimi colori che rendono la scena decisamente più piacevole della versione crepuscolare di Millet (in realtà l’artista olandese si suiciderà alcuni mesi dopo aver dipinto questa bellissima tela). Ma poiché il quadro di Van Gogh è una copia di quello di Millet è a lui che dobbiamo fare riferimento per una analisi approfondita. Questo artista francese, che amava dipingere scene rurali, era figlio di contadini, aveva sette fratelli più piccoli di lui e divenne padre di nove figli; la sua esperienza di bambini piccoli era dunque notevole.

Il quadro mette in scena un momento di vita quotidiana molto bello: i primi passi di un bambino, anzi di una bambina, a giudicare da gonnellina e cuffietta. Ci troviamo dietro la casa di una famiglia contadina, nell’orto, in una giornata luminosa e serena. Fino a quest’oggi la bambina è stata tenuta in braccio prevalentemente dalla madre, per allattarla e per consolarla, ma anche per trasportarla. Il padre ha avuto pochi momenti per stare con lei; l’attività lavorativa di un contadino del secolo scorso richiedeva un completo adattamento alla stagionalità, alle ore di luce e alla fase di coltivazione. Questo padre non ha potuto scegliere se stare con la bambina o andare al lavoro; quando i campi chiamano bisogna andare, non è possibile aspettare, il rischio è di perdere il raccolto e di non poter mettere via l’essenziale per i mesi improduttivi. Al padre era affidata la sopravvivenza dell’intera famiglia, ma alla madre restava tutto il resto: figli, casa, cortile, cucina, legna. In alcuni periodi il nostro bravo papà riusciva a stare a casa a causa della pioggia o della neve, in altri momenti invece doveva uscire mentre ancora i bambini dormivano e li trovava al ritorno già a letto; oppure faceva brevi ritorni a casa per il pranzo, ma l’impegno e la stanchezza gli lasciavano poco spazio e poche energie per giocare e interagire con i figli. Anche i giorni festivi non erano previsti, rara eccezione era il riposo per le feste patronali, i battesimi e i matrimoni.

La bambina del quadro ha quindi passato il suo primo anno con la mamma, ma questo non le ha impedito di conoscere bene anche le altre donne di casa, zie e nonne, e gli altri bambini, fratelli e cugini. Il padre, nonostante le veloci apparizioni, è riuscito però a diventare per lei ugualmente significativo: ne riconosce l’odore e la pelle ruvida, la voce tutta diversa da quella della mamma. Il papà c’è poco ma quando c’è si sente, canta e balla, e poi fuma la pipa e fa le smorfie, è lui che la lancia in aria facendola spaventare e ridere insieme. Quando poi sta con la mamma, il padre, anche se assente, è comunque sempre un po’ presente, perché la mamma parla spesso di lui: lo evoca quando le spiega che più tardi (al tocco del campanile) il papà tornerà per mangiare o quando prevede il suo ritorno perché sta arrivando una tempesta improvvisa. Il papà è presente anche quando la bambina fa qualcosa di vietato e le viene detto che al ritorno il papà la sgriderà, “ma per questa volta non gli diremo nulla”…La mamma è stata e resta la certezza, senza di lei nulla avrebbe senso, niente sarebbe al posto giusto; è lei che sa quando ci si sveglia e quando si deve dormire, è lei che sazia di cibo e di baci, è da lei che si deve correre se ci sono rischi. Dalla mamma non bisogna mai allontanarsi, anche gattonando per raggiungere un rocchetto che rotola sul pavimento, con la coda dell’occhio è sempre meglio controllare che sia lì seduta a sgranare i piselli. Con la mamma si accende il fuoco (in realtà per fortuna lo fa lei), con la mamma si va a prendere l’acqua e si ride se il secchio si rovescia e l’acqua scappa da tutte le parti.

In questo quadro la mamma è la base sicura di cui parla a lungo nei suoi libri e nelle sue interviste lo psicanalista e pediatria inglese Donald Winnicott. Negli anni Settanta questo acuto studioso ha compreso che i bambini nei primi mesi e anni hanno bisogno di una madre (anche una madre acquisita) che faccia da filtro tra il bambino e il mondo esterno, e che faccia da specchio al piccolo: io attraverso di te, vedo me stesso; capisco chi sono, se capisco chi se tu; io e te siamo più o meno la stessa cosa. Winnicott fu tra i primi a capire che quando si nasce non si è ancora pronti per il mondo e occorre che qualcuno attento e sensibile “metta insieme i nostri pezzi”, perché nascendo sono saltate le connessioni, nulla è più prevedibile e coerente, c’è troppa complessità e confusione. La madre deve mettere ordine, dare un ritmo, interpretare la realtà; è per questo motivo che non deve essere depressa o ansiosa, distratta o lontana. La mamma non deve essere perfetta o sapere tutto, lei usa il suo intuito e la sua esperienza, capisce i bisogni senza molta riflessione, la gravidanza e il parto hanno modificato in parte il suo cervello rendendola pronta per vedere al di là del visibile; il suo bambino non ha segreti, se ha la febbre non le serve il termometro, lo capisce da un semplice sguardo (neppure lei riesce a spiegarsi questa “magia”).

La mamma di Winnicott non è perfetta, è semplicemente “sufficientemente buona”, cioè “giusta”: lei è quello che serve al suo bambino. Questo non è né un miracolo né un mistero, questo è l’effetto di oltre centomila anni di evoluzione. È la plasticità cerebrale che permette a una madre di prendersi cura con efficacia del suo piccolo. Oggi sappiamo perché una madre riesce a svegliarsi pochi minuti prima che il bambino si metta a piangere per essere allattato; i picchi di prolattina precedono le richieste del bambino, perché lei è sintonizzata su di lui. Anche nel padre sono possibili produzioni degli stessi ormoni dell’accudimento, ma i picchi di prolattina sono stati trovati dopo l’interazione con il bambino, e non prima come avviene per la madre. Le ricerche sembrano indicarci che le madri siano sempre “accese” e pronte, modificate nel profondo dall’esperienza della gravidanza, del parto e dell’allattamento, i padri invece sono “silenti” e devono essere “attivati” dal loro bambino, occorre però che siano disponibili a farsi “catturare”.

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di Alessandro Volta (pediatra neonatologo, autore di Neopapà è facile e L’allattamento spiegato ai papà)

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