Riflessioni sull’educazione “al rischio” e bambini super protetti: tra controllo e libertà

N.B: questo testo di Hanna Rosin  è la 2° PARTE di un articolo più lungo che abbiamo chiamato “Il bambino super protetto“. Ne pubblichiamo uno alla settimana (in totale 4 parti).

Se vuoi leggere la 1° PARTE  “Il bambino super protetto: l’esempio del parco giochi ”The Land” clicca qui

Se vuoi leggere la 3° PARTE “I nostri bambini sono super protetti? Generazioni a confronto” clicca qui

Se vuoi leggere la 4° PARTE I figli crescono troppo in fretta? Sì, e troppo “super protetti”” clicca qui

“Nel 1978, Frank Nelson, un bambino ai primi passi, si arrampicò su uno scivolo di tre metri e mezzo con la madre Debra a pochi passi da lui. La struttura, installata tre anni prima, era conosciuta come “il tornado” perché lo scivolo si avvolgeva su se stesso, ma il piccolo non arrivò mai in fondo. Cadde nel buco fra il corrimano  e i gradini, battendo la testa sull’asfalto.

Un anno dopo, i suoi genitori denunciarono il Chicago Park District e le due aziende che avevano costruito e installato lo scivolo. Frank si era fratturato il cranio cadendo e aveva riportato danni cerebrali permanenti. Aveva una paralisi del lato sinitro con  problemi visivi e di linguaggio. I suoi avvocati fecero notare che era costretto a indossare sempre un elmetto per proteggere le ossa ormai fragili del cranio. La causa Nelson fu una delle tante che in quel periodo alimentarono una reazione negativa verso attrezzature potenzialmente pericolose all’interno dei parchi giochi.

Theodora Briggs Sweeney, paladina dei consumatori e consulente sulla sicurezza della John Carroll University, nei pressi di Cleveland, testimoniò in dozzine di processi e sposò la crociata pubblica a favore di una riforma dei parchi giochi. “Il nome del gioco che si fa al parco continuerà a essere roulette russa, e i bambini ne saranno le vittime ignare”, scrisse la Sweeney nel 1979 in una pubblicazione su Pediatrics. Era preoccupata per molte cose – l’altezza degli scivoli, lo spazio fra le ringhiere, il pericolo dei ganci aperti a forma di “S” che servivano a tenere insieme le varie parti – ma il timore maggiore riguardava l’asfalto e la terra.

Nella sua pubblicazione, la Sweeney dichiarò che secondo le simulazioni in laboratorio i bambini sarebbero potuti morire anche cadendo da 30 centimetri d’altezza se battevano la testa sull’asfalto, o da un metro se la battevano sulla terra. Secondo un resoconto del governo federale pubblicato in quel periodo, erano decine di migliaia i bambini che in un anno si rivolgevano ai pronto soccorso per incidenti nei parchi giochi. Come risultato, nel 1981 la Consumer Product Safety Commission  pubblicò il primo “Manuale per la sicurezza nei parchi giochi”, brevi linee guida di carattere generale per la gestione delle attrezzature (la parola linee guida era in grassetto, per evidenziare che non si trattava di requisiti). Ad esempio, nessun componente di qualsivoglia struttura doveva formare angoli o aperture in grado di intrappolare parti del corpo dei bambini, soprattutto la testa. Per aumentare la pressione, Sweeney e Joe Frost,  un suo collega  consulente per la sicurezza, iniziarono a catalogare le cose orribili che potevano capitare ai bambini nei parchi. Fra queste, avendo testimoniato in quasi 200 processi, potevano annoverare particolari raccapriccianti: diversi bambini con teste intrappolate o schiacciate dalle giostre; uno strozzato da una corda per saltare che era stata legata alla balaustra di una pedana; un altro ucciso da un motorino che si era schiantato su un parco non recintato; un ultimo che aveva sbattuto su un terreno pietroso giocando a pallone.

In una pubblicazione comune, la Sweeney e Frost sollecitarono un’”ispezione immediata”  di tutte le strutture installate prima del 1981 e la rimozione di quelle irregolari. Fecero anche un appello a livello nazionale per l’introduzione dei pavimenti di gomma nelle aree cruciali. Nel gennaio del 1985, il Chicago Park District chiuse la causa con i Nelsons. A Frank Nelson vennero garantiti un minimo di 9,5 milioni di dollari. Maurice Thominet, l’ingegnere capo del Park District, raccontò al Chicago Tribune che la città avrebbe dovuto “controllare tutte le nostre attrezzature con scrupolosa attenzione” e quasi certamente rimuovere tutti gli scivoli “tornado” e qualche altra struttura. All’epoca, un lettore scrisse al giornale:

“Non avvengono più incidenti?… Una madre può correre il rischio di portare il suo bambino in cima a un “tornado”, con tutte le migliori intenzioni, e avere un incidente?  Chi è responsabile per un bambino in un parco giochi, la municipalità o il genitore?…Le altalene colpiscono alla testa i bambini di 1 anno, immagino con conseguenze tragiche in talune circostanze. Vogliamo eliminare le altalene?”

Ma queste si dimostrarono riflessioni di un’epoca ormai in declino. Più o meno nel periodo in cui il risarcimento Nelson venne reso pubblico, i dipartimenti dei parchi di tutto il Paese iniziarono a rimuovere le attrezzature ormai considerate pericolose, in parte perché non potevano permettersi di subire delle denunce, soprattutto ora che un manuale di stato poteva essere usato dai querelanti come prova degli standard di sicurezza non rispettati. Con la minaccia di possibili denunce, i premi assicurativi arrivarono alle stelle. Come il lettore del Tribune aveva intuito, la percezione culturale di quale fosse un rischio accettabile iniziò a cambiare, tanto che ogni rischio possibile divenne quasi sinonimo di pericolo. Nel corso degli anni, il manuale ufficiale per i beni di consumo ha subìto diverse revisioni; attualmente è provvisto di una serie di linee guida tecniche per i produttori.

Sempre di più, gli standard sono stabiliti da ingegneri, tecnici, esperti e avvocati, con un contributo minimo da parte di “persone che ne sappiano qualcosa sul gioco dei bambini”, come dice William Weisz, un consulente di design, membro di diverse commissioni che hanno supervisionato le modifiche alle linee guida. Il manuale include prescrizioni specifiche sull’esatta altezza, ripidità e inclinazione di quasi ogni parte delle attrezzature. Pavimenti in gomma o trucioli di legno in teoria sono obbligatori; prato e terra “non sono considerate superfici protettive perché l’usura e fattori ambientali ne possono ridurre l’efficacia nell’assorbimento degli urti.” Per quanto si voglia andar lontano, non è ormai facile trovare un parco che abbia qualche elemento di sorpresa. I bambini trovano gli stessi scivoli con altezze e angoli identici a quelli del loro quartiere, e con accessori molto simili.

Vivo a Washington, D.C., accanto a un’area del Rock Creek Park, e durante il mio primo anno nella zona un angolo remoto del parco terminava in quello che i vicini chiamavano il parco dimenticato. Lo scivolo aveva gradini di legno, ed era talmente ripido che i bambini dovevano frenare la velocità se non volevano un atterraggio troppo violento per terra. Ancor più magnifica, una casetta a palafitta alta 3 metri e mezzo da terra, in cui i bambini si radunavano dividendosi in base alle gerarchie del branco, come si usava ai miei tempi: i piccoli in basso a “cucinare” e i più grandi a dominare appollaiati su in cima. Ma nel 2003, quasi un anno dopo che mi ero trasferita, l’amministrazione del parco buttò giù la casetta e rimpiazzò tutte le vecchie attrezzature con un set di giochi prefabbricati, sistemati su un pavimento di gomma. Ora i giochi attraggono solo qualche bimbo ai primi passi, e non a lungo. Gli altri sembrano trascorrere gran parte del loro tempo nella sabbiera, forse perché gli abitanti del quartiere l’hanno trasformata in un mini parco avventura, lasciandoci strani mestoli, colini, o macchinine malridotte.

 Da qualche anno, Joe Frost, vecchio compagno della Sweeney nella crociata per la sicurezza, inizia a preoccuparsi del fatto che forse si è andati troppo oltre. In una pubblicazione del 2006, cita l’esempio di due genitori che hanno sporto denuncia quando il figlio è inciampato  su una radice in un boschetto di sequoie che faceva parte di un parco giochi. Avevano un appiglio per la denuncia. Dopo tutto, l’ultima edizione del manuale per la sicurezza avverte i progettisti di “fare attenzione al pericolo di inciampi, come basi di cemento, radici di alberi o rocce sporgenti.”

Ma, scrive Frost: “Gli adulti sono giunti alla determinazione errata che i bambini debbano essere protetti da qualsiasi rischio di farsi male… Nel mondo reale, la vita è piena di rischi – finanziari, fisici, emotivi, sociali – e un ragionevole rischio è essenziale per un sano sviluppo dei bambini.”

Al cuore dell’ossessione per la sicurezza c’è una visione del bambino che è l’esatto opposto di quella di Lady Allen, “un’idea di fragilità estrema o di mancanza di intelligenza che impedisce al bambino di valutare il rischio in qualsivoglia situazione”, come afferma Tim Gill, autore di No Fear, una critica di questa nostra società tanto avversa al rischio.

“L’assunto attuale è che non ci si possa fidare dei bambini e della loro capacità di destreggiarsi in situazioni complicate dal punto di vista fisico, sociale o emotivo.” Cosa abbiamo perso in mezzo a tutta quest’ansia di protezione? Alla metà degli anni ’90 del secolo scorso, la Norvegia ha approvato una legge che obbligava i parchi giochi al rispetto di certi standard. Ellen Sandseter, professoressa al Queen Maud University College di Trondheim, specializzata nell’educazione della prima infanzia, aveva appena avuto il suo primo figlio e osservava come uno alla volta i vari parchi giochi della sua zona si trasformassero in luoghi sterili e noiosi.

La Sandseter aveva scritto la sua tesi per il master sui giovani adolescenti e il loro bisogno di sperimentare il rischio e le sensazioni forti; aveva notato che se non riuscivano a nutrire il proprio desiderio in modi socialmente accettabili, alcuni sceglievano comportamenti più avventati. Si chiedeva se una simile dinamica potesse far presa anche sui bambini più piccoli, man mano che i parchi giochi diventavano sempre più sicuri e meno interessanti. Iniziò a osservare e intervistare i bambini nei parchi norvegesi.

Nel 2011 pubblicò i risultati della sua ricerca in un articolo dal titolo “Prospettive evolutive del gioco rischioso nei bambini: effetti antifobici delle esperienze emozionanti.” I bambini, concludeva, hanno una vera necessità sensoriale di provare il pericolo e l’eccitazione; questo non significa che ciò che fanno debba essere davvero pericoloso, ma solo che debbano sentire che stanno correndo un grosso rischio. La cosa li spaventa, ma poi superano la paura.

Nella pubblicazione, la Sandseter individua sei tipi di gioco rischioso:

1) l’esplorazione delle altezze, ovvero conquistare la “prospettiva degli uccelli”, come la chiama lei – “abbastanza in alto da evocare la paura.”;

2) maneggiare attrezzi pericolosi – forbici o coltelli affilati, pesanti martelli che all’inizio sembrano impossibili da tenere in mano ma che i bambini imparano a padroneggiare;

3) stare accanto a elementi pericolosi – giocare vicino a vaste distese d’acqua o al fuoco, consapevoli del pericolo incombente;

4) fare la lotta o giochi scalmanati per imparare a negoziare l’aggressione e a cooperare;

5) sperimentare la velocità – andare in bicicletta o sugli sci a un’andatura che sembri troppo veloce;

6) esplorare per conto proprio. Quest’ultimo punto la Sandseter lo descrive come “il più importante per i bambini”. Mi ha detto: “quando sono lasciati soli e possono essere responsabili appieno delle loro azioni, e delle conseguenze delle loro decisioni, allora fanno un’esperienza eccitante.” Per misurare gli effetti della perdita di questo tipo di esperienze, la Sandseter si rivolge alla psicologia evolutiva.

I bambini nascono con l’istinto di correre dei rischi giocando perché, storicamente, imparare a gestire il rischio è stato cruciale per la sopravvivenza; in un’altra era, avrebbero dovuto imparare a sfuggire ai pericoli, a difendersi dagli altri, a essere indipendenti. Persino oggi, crescere è un processo che implica il saper affrontare la paura e arrivare a prendere decisioni ben ponderate.

Nell’intraprendere un gioco rischioso, i bambini si sottopongono in effetti a una forma di terapia dell’esposizione graduale, in cui si costringono a fare la cosa di cui hanno paura per superare la paura stessa. Ma se non attraversano mai un simile processo, la paura può trasformarsi in fobia. Per paradosso, scrive la Sandseter, “il nostro timore che i bambini si facciano male”, perlopiù in modo non grave, “potrebbe avere come risultato bambini più paurosi e un aumento delle psicopatologie”.

A questo proposito, cita uno studio secondo cui i bambini che si sono fatti male cadendo da qualche altezza, fra i 5 e i 9 anni, è meno probabile che abbiano paura dell’altezza a 18. “Il gioco rischioso con le grandi altezze fornirà un’esperienza di desensibilizzazione, abituandoli”. Potremmo forse accettare qualche fobia in più per i nostri ragazzi in cambio di incidenti minori.

Ma l’ironia della sorte è che la nostra brama di sicurezza non ha fatto una grossa differenza nel numero di incidenti che riguardano i bambini. Secondo il Sistema Nazionale di Sorveglianza Elettronica degli Incidenti, che monitora il ricorso agli ospedali, nel 1980 la frequenza delle visite al pronto soccorso in relazione alle attrezzature dei parchi giochi e a quelle casalinghe è stata di 156.000 volte (una visita per ogni 1.452 americani). Nel 2012 è stata di  271.475 volte (una ogni 1.156 americani). Anche il numero dei decessi non è cambiato granché. Dal 2001 al 2008, la Commissione per la Sicurezza del Consumatore ha registrato 100 morti associati alle attrezzature dei parchi giochi – una media di 13 all’anno, o 10 in meno rispetto al 1980.

Le ferite alla testa, motorini impazziti, cadute fatali sulle rocce e la maggior parte degli orrori che Sweeney e Frost avevano descritto tanti anni fa, si sono rivelate stranamente rare, tragedie inaspettate che nessun livello di sicurezza può evitare. Persino la pavimentazione in gomma non sembra aver fatto una grande differenza nella realtà. David Ball, professore in gestione del rischio alla Middlesex University, ha analizzato le statistiche sugli incidenti nel Regno Unito e ha scoperto che, come negli USA, non c’è stata una tendenza netta nel corso del tempo. Mi ha detto che “l’avvento di tutte queste superfici speciali nei parchi giochi ha contribuito ben poco, se non per nulla, alla sicurezza dei bambini.”

Ball ha scoperto che gli incidenti alle ossa lunghe, ben più comuni dei traumi alla testa, in realtà stanno aumentando. La spiegazione migliore è quella della “compensazione del rischio” – i bambini non si preoccupano troppo di cadere sulla superficie di gomma e quindi non prestano attenzione, finendo per farsi male più spesso. Il problema, dice Ball, è che “siamo arrivati a pensare agli incidenti come prevenibili, anziché parte integrante della vita.” La categoria  di gioco rischioso che si trova sulla lista di Sandseter e che rende con ogni probabilità più nervosi i genitori odierni è quella che implica il perdersi o l’allontanarsi dalla supervisione dell’adulto. Scrive: “I bambini adorano gironzolare per conto proprio e andare in esplorazione lontano dallo sguardo degli adulti…Sperimentano una sensazione di rischio e di pericolo alla prospettiva di perdersi quando gli viene data la possibilità di “veleggiare” da soli verso aree inesplorate, e tuttavia ne sentono un disperato bisogno.”

Di nuovo la Sandseter cita lavori che mostrano come il numero delle esperienze di separazione prima dei 9 anni sia correlato negativamente a sintomi di ansia da separazione a 18 anni, “suggerendo un effetto ‘vaccino’.” Eppure i genitori oggi tollerano ben poco che i figli vagabondino per conto proprio, e le ragioni affondano le radici negli anni ’70, proprio come la paura crescente degli incidenti nei parchi giochi.

Nel 1979, nove mesi dopo che Frank Nelson era caduto dallo scivolo a Chicago, Etan Patz, di 6 anni, si era allontanato dal suo appartamento nel centro di New York per andare da solo alla fermata dell’autobus. Aveva supplicato la madre di farlo andare da solo; molti dei suoi amici lo facevano, e quella mattina aveva ricevuto il permesso per la prima volta. Ma, come sanno quasi tutti coloro che sono cresciuti a New York in quel periodo, non fece mai più ritorno a casa (nel 2012 è stato arrestato un uomo del New Jersey per l’omicidio di Etan).

Avevo quasi 10 anni all’epoca e ricordo che guardavo il notiziario della sera e vedevo le fotografie di lui a scuola, con un sorriso grande quasi quanto quello di Mick Jagger. Ricordo anche che a un certo punto, durante quelle settimane di interminabile copertura giornalistica sulle operazioni  di  ricerca di Etan, i genitori del mio quartiere organizzarono un gruppo di accompagnatori per scortarci a piedi alla fermata dell’autobus. Il caso di Etan Patz diede il via all’era delle diffusa sparizione di bambini, come ci racconta Paula Fass in Kidnapped: Child Abduction in America. I volti dei bambini scomparsi iniziarono ad apparire sui cartoni del latte e Ronal Regan scelse la data della sparizione di Etan come Giornata Nazionale dei Bambini Scomparsi.

Per  quanto nessuno sapesse cosa era accaduto a Etan, si diffuse la teoria per cui avesse subito un abuso sessuale; ben presto il New York Times citò uno psicologo che aveva detto che il caso Patz era stato foriero di “un’epidemia di abusi sessuali sui bambini.” In un breve lasso di tempo, scrive Fass, la paura diede vita a una nuovo dogma per i genitori: i bambini non avrebbero mai dovuto rivolgere la parola agli sconosciuti. Eppure, i casi di rapimento come quello di Etan Patz erano rarissimi una generazione fa, e lo sono tuttora. David Finkelhor è il direttore del Centro di ricerca sui crimini contro i bambini e l’autorità più attendibile in fatto di statistiche relative a rapimenti e abusi sessuali sui più piccoli.

Nel suo lavoro di ricerca, Finkelhor identifica una categoria del crimine detta “rapimento stereotipico”, con la quale intende il genere di rapimento che ha più probabilità di fare notizia, nel quale la vittima scompare di notte, o è trascinata a più di 50 miglia di distanza, o viene uccisa. Sono casi di estrema rarità e non sembra che abbiano subito aumenti almeno dalla metà degli anni ’80, e secondo Finkelhor anche dagli anni ’70, per quanto non ne abbia tenuto traccia. Nel complesso, i crimini contro l’infanzia sono in diminuzione,  in linea con la generale caduta del crimine a partire dagli anni ’90. Un bambino che venga da una famiglia felice e integra e si avvii da solo alla fermata dell’autobus senza fare più ritorno è tuttora una tragedia più unica che rara, non certo un’epidemia di portata nazionale.

Il genere di crimine che è aumentato è invece il rapimento da parte di familiari (assimilato dall’FBI alla categoria dei rapimenti stereotipici, e che rende conto dei numeri che sembrerebbero allarmanti, stando ai resoconti citati talvolta dai media). L’esplosione di divorzi degli anni ’70 ha significato molte più guerre per l’affidamento e molti più bambini contrabbandati da uno o l’altro dei genitori. Se una madre teme che il proprio figlio possa essere rapito, la sua regola di ferro non dovrebbe essere “non parlare agli sconosciuti”, bensì: “non parlare a tuo padre.” La discrepanza fra ciò che le persone temono (rapimento da parte di sconosciuti) e ciò che accade in realtà (disordini familiari e battaglie per l’affido) è rivelatrice.

Ciò che è mutato dagli anni ’70 a oggi è la natura della famiglia americana e il senso di appartenere a un’ampia comunità. Per una serie di ragioni – il divorzio, l’aumento delle famiglie monoparentali, l’aumento delle madri lavoratrici – sia le famiglie, sia le comunità di quartiere hanno perso coesione. È forse naturale che la fiducia generale si sia erosa, e che i genitori abbiano cercato di controllare più da vicino ciò che possono, soprattutto i figli. Nell’istante in cui noi genitori iniziavamo a percepire gli spazi pubblici – parchi, strade, campi sportivi, la distanza fra casa e scuola – come pericolosi, altre piccole decisioni si facevano strada nella quotidianità. Chiedete a uno qualunque dei genitori miei coetanei di farvi la cronaca di una tipica settimana dei figli ed è probabile che vi menzionerà la scuola, i compiti, gli impegni pomeridiani, gli incontri organizzati con gli amichetti, le attività sportive di squadra in cui l’allenatore è un altro genitore, e pochissimo tempo libero senza alcuna supervisione. La mancata supervisione è infatti ormai sinonimo di cattiva genitorialità. Il risultato è un “continuo e drammatico declino nelle opportunità dei bambini di giocare ed esplorare a modo loro”, scrive Peter Gray, psicologo del Boston College e autore di Free to Learn. Niente più partite spontanee, passeggiate indolenti al ritorno da scuola, guardie e ladri in garage per tutto il pomeriggio. La cultura  infantile di quando ero bambina nei Queens, con i suoi codici e le sue tradizioni, i suoi piaceri peculiari e i momenti di difficoltà, è virtualmente estinta”.

Tradotto da Michela Orazzini

Testo originale di Hanna Rosin, pubblicato su www.theatlantic.com


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