Parto naturale o cesareo: scelta consapevole

Partorire è vivere intensamente tutto quello che è possibile vivere
Annie Leclerc

A metà febbraio scatta l’allarme cesareo e il ministro della salute affida ai NAS un’indagine nazionale sul caso.

Negli anni infatti la percentuale dei parti chirurgici in Italia è aumentata in maniera significativa fino ad arrivare al 38% nel 2008 ed è rimasta stabile negli anni successivi. Siamo lontani dal 15% di tagli cesarei indicato come appropriato dall’OMS o dal 20% considerato accettabile in quanto in linea con la media degli altri Paesi europei.

Sono stati individuati dei fattori esplicativi di questo fenomeno.

Anzitutto vi è un evidente fattore geografico per cui si passa dal 23% dei tagli cesarei del Friuli al 62% della Campania. In secondo luogo ha grande peso il fattore organizzativo: i cesarei sono il 36% negli Ospedali, il 44,7% nei Punti Nascita con meno di 500 parti/anno e 50,5% nelle Cliniche private.

Infine è importante il fattore medico, costituito dal diverso comportamento dei singoli specialisti anche operanti in condizioni organizzative simili o nella stessa struttura sanitaria.

E’ da considerare però soprattutto il fattore culturale in quanto l’aumento dei parti chirurgici si inserisce nel progressivo processo di medicalizzazione del percorso nascita che si è verificato negli ultimi anni.

In un documento della Società Italiana di Statistica si legge:
“In Italia la medicalizzazione della gravidanza e del parto è fortissima, con abuso delle cure prenatali che si traduce in un eccesso di visite e di ecografie in gravidanza, e in una percentuale esagerata ed inspiegabile di tagli cesarei. Questi sono fenomeni in costante crescita. Un’analisi basata sui dati ha mostrato la fortissima importanza del contesto, e quindi del medico e dell’ambiente. Ciò mostra la prevalenza di una ginecologia basata sulle opinioni personali o sugli interessi economici, piuttosto che sull’adesione a protocolli ufficiali… Questa situazione conferma l’idea di uno scarso controllo della gravidanza da parte delle donne e dell’esistenza di una forte dipendenza dagli operatori sanitari e dalle opinioni e dalle pratiche consolidate nel contesto di cura e/o di residenza”.

Si può fare anche una considerazione più generale: la richiesta crescente di scavalcare il travaglio nasce da uno dei nuovi tabù della società contemporanea, quello del dolore.

Esso non è sempre e soltanto negatività; componente integrante e misteriosa della vita, ha un suo valore intrinseco, è viatico per la crescita. E’ presente nella natura di ogni essere vivente e la natura stessa fornisce gli strumenti non soltanto per affrontarlo passivamente ma anche per elaborarlo e trasformarlo in nuova vita.

Esempi massimi di questa possibilità sono proprio la gravidanza come occasione di meditazione e preparazione ed il parto grazie non solo alla volontà della partoriente ma anche all’azione di un raffinato cocktail ormonale perfezionato nel corso dei millenni. Qualche volta lo dimentichiamo.

Tuttavia talvolta il taglio cesareo è consigliabile o necessario anche al di fuori dell’emergenza.
Allo scopo di chiarire le indicazioni all’intervento il gruppo di lavoro del SNLG-ISS (Sistema Nazionale Linee Guida-Istituto Superiore Sanità) ha steso la linea guida “Taglio cesareo: una scelta appropriata e consapevole”, pubblicata nello scorso mese di gennaio.

Secondo questo documento il taglio cesareo viene raccomandato in caso di:
– gravidanza gemellare monocoriale monoamniotica (gemelli con un unico sacco amniotico ed una unica placenta) da eseguire a 32 settimane
– placenta previa (inserita così in basso da ostruire il canale del parto)
– peso fetale stimato superiore a 4500 g
– infezione genitale primaria da virus herpes simplex con presenza di lesioni nel terzo trimestre o in prossimità del parto
– alcuni casi di infezione da HIV isolata o associata a infezione da virus dell’epatite C.

Può invece essere opportuno se:
– il feto presenta un ritardo grave di crescita intrauterina
– è ancora in presentazione podalica a 39 settimane di gravidanza. A 36-37 settimane deve essere offerta la possibilità di un rivolgimento per manovre esterne per aumentare le probabilità di presentazione cefalica e di parto vaginale, da eseguire in ambiente assistito e in assenza di controindicazioni.

In relazione all’aumentato rischio assoluto di rottura d’utero, un parto vaginale dopo taglio cesareo è controindicato in caso di pregressa rottura d’utero, pregressa incisione uterina longitudinale, tre o più tagli cesarei precedenti.

E’ necessario che i professionisti sanitari forniscano alla donna con pregresso taglio cesareo informazioni rispetto alla probabilità di partorire per via vaginale in base alla sua storia clinica e alla casistica della struttura ospedaliera.

In aggiunta alle informazioni cliniche sulle modalità di parto, è necessario fornire alle donne con pregresso taglio cesareo indicazioni relative alle caratteristiche e all’organizzazione della struttura e informazioni specifiche sulle modalità assistenziali in uso (induzione del travaglio, utilizzo di ossitocina, uso di parto-analgesia, uso del parto operativo vaginale profilattico), in quanto tali aspetti possono condizionare gli esiti relativi alla salute materna e feto-neonatale.

Alle donne che hanno già partorito mediante taglio cesareo deve essere garantita un’adeguata sorveglianza clinica e un monitoraggio elettronico fetale continuo nella fase attiva del travaglio. La struttura sanitaria deve assicurare l’accesso immediato alla sala operatoria e alla rianimazione e la pronta disponibilità di emotrasfusioni, nell’eventualità di un taglio cesareo d’urgenza.

Se veramente il taglio cesareo sarà frutto di una scelta appropriata, condivisa e consapevole… allora le donne potranno dire di essersi “riprese il parto”.

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