L’empatia può fare la differenza nella crescita di tuo figlio (II parte)

Per la rubrica di educazione consapevole, La pedagogia per una meravigliosa infanzia, continua il contributo di una nuova collaboratrice, Giuditta Mastrototaro, pedagogista ed esperta nelle relazioni educative. Leggi anche la prima parte.


Non possiamo aiutare i nostri figli a crescere senza crescere noi stessi.
Crescere i figli rappresenta l’opportunità di crescere come genitori e come persone. Ecco alcuni concetti che possiamo tenere a mente per favorire una relazione con i nostri figli alla luce dell’educazione empatica.

  • Coltiviamo l’empatia con noi stessi.
    Coltiviamo la nostra vulnerabilità, è dalle scelte sbagliate che possiamo capire quali siano invece quelle giuste per noi e per le nostre famiglie. Una persona che usa le sue qualità empatiche è capace di sviluppare relazioni sincere, efficaci e rispettose per se stesso e per gli altri. Una persona con buone relazioni è generalmente una persona felice. Favorire l’empatia vuol dire coltivare la felicità in ognuno di noi. Non smettiamo di nutrire il nostro spirito con letture, incontri, percorsi e seminari che abbiano un approccio empatico, come ogni arte anche quella maieutica dell’empatia ha bisogno di tempo, consapevolezza e apprendimento e i nostri figli possono essere degli stimoli interessanti per crescere in questo.
  • Aiutiamo i bambini e i ragazzi a sviluppare la loro intelligenza emozionale.
    Quante volte ci capita di dire: “Cerca di comportarti da grande!”; “Non piangere!”; “Basta, non continuare a lamentarti”. Queste espressioni bloccano i sentimenti e non danno il tempo ai nostri bambini di ascoltare le loro emozioni e di prendersene cura. È comprensibile che ogni genitore non desideri veder soffrire i proprio figli, ma a dispetto di quello che possa sembrare, è proprio bloccando i sentimenti che impediamo il loro sviluppo emotivo. Invece, accogliendo ciò che provano, doniamo loro fiducia e rispetto. Quando ci si pone in ascolto dei sentimenti, che non significa fare qualcosa con il desiderio di porre fine al più presto a quel lamento o a quella situazione, ma stare su quello che si prova, accogliere i sentimenti, si accompagnano i bambini alla loro consapevolezza interiore.
  • Un bambino compreso è un bambino felice.
    Ci sono sempre delle buone ragioni, delle spinte interne per cui un bambino si comporta in un certo modo anche se ai nostri occhi sembra incomprensibile. Cerchiamo di capire cosa sta provando, come vede il mondo, interroghiamoci se per caso non stiamo facendo delle richieste che non sono alla sua portata. Un bambino che ha un pensiero magico può non accettare che nella scatola di biscotti non ce ne siano più. Se il bambino piange, si dispera, si butta per terra, possiamo iniziare a nominare i suoi sentimenti: “Ti vedo proprio arrabbiato perché vorresti un altro biscotto”. Il regalo più grande che possiamo fare ai nostri figli è far sentire loro che li abbiamo compresi, anche se non possiamo dare il biscotto che non c’è.
  • Una madre imperfetta dona un esempio di empatia e umanità.
    La vulnerabilità ci rende persone e non ruoli statici. Il ruolo del genitore-educatore può indurci a pensare che dobbiamo essere in qualche modo preciso che abbiamo nella nostra testa e che non ci è concesso mostrare i nostri sentimenti e i nostri bisogni. Una comunicazione empatica si basa invece nel mettere a nudo anche i nostri lati più sensibili e vulnerabili perché ognuno possa essere così come è e non come pensiamo dovremmo essere noi o come dovrebbero essere gli altri. Ciò non toglie nulla al genitore e al ruolo educativo: il nostro compito non è avvicinarsi alla perfezione di una mamma o di un figlio che abbiamo in mente, ma restare in connessione con il nostro cuore e lasciarci la possibilità di chiedere scusa se pensiamo di aver sbagliato, spiegare come ci sentivamo in quel momento e concedere anche all’altro di fare lo stesso. Educare con empatia vuol dire allora lasciare al bambino la possibilità di fare esperienza, di sbagliare e di sviluppare tutte le competenze nel rispetto e nella considerazione delle sue inclinazioni.
  • Se smettiamo di giudicarli possono imparare da loro stessi.
    “Sei sempre il solito pigro e disordinato!”; ”Questa camera è un porcile”. Quando dalla nostra bocca escono affermazioni simili, occorre fermarsi perché è molto probabile che un nostro bisogno sia stato frustato. Molti di noi hanno imparato che quando qualcosa non ci piace si può reagire dicendo all’altro che cosa non vada in lui, invece di riconoscere di che cosa abbiamo bisogno. Riuscire a distinguere i nostri giudizi dai nostri bisogni è il modo più efficace di entrare in relazione. Ad esempio, invece di dire al figlio che è disordinato potrei esprimermi in questo modo: “Vedo la tua camera con i vestiti per terra, una buccia di banana sul comodino e i libri sparsi sulla scrivania” è molto diverso dal dirgli invece che è pigro e disordinato. Osservare qualcuno non mina l’autostima di nessuno e dona all’altro la possibilità di prenderne consapevolezza e decidere di agire diversamente. Anche i paragoni sono una forma di giudizio: nel momento in cui perdiamo la nostra unicità e siamo paragonati a qualcun altro, si abbassa l’autostima e poi la voglia di contribuire a dare una mano.
  • In un rapporto basato sulla fiducia, non c’è posto per i premi e le punizioni.
    I premi fanno perdere la bellezza per cui facciamo le cose. Il bambino non fa un disegno o un compito per ricevere un premio, lo fa per la soddisfazione che prova dentro. Se attribuiamo un premio per ciò che sente dentro, rischiamo di far dipendere nostro figlio dai riconoscimenti esterni, invece che aiutarlo a fare le cose che ritiene buone e giuste nel suo interno. Le punizioni sono il rovescio della stessa medaglia: deresponsabilizzano i nostri figli anziché responsabilizzarli, un bambino o un ragazzo punito sarà più interessato a scoprire modi per evitare la punizione, invece di guardarsi dentro per sentire quello che prova. L’educazione non è un istituto di pena e di colpe: non si cresce in base a quante più frustrazioni e castighi abbiamo ricevuto, si cresce quanto più qualcuno ci ha nutrito di fiducia, di rispetto per i nostri sentimenti e le nostre potenzialità.
  • Abbandoniamo il concetto di genitore arbitro e sentiamoci tutti parte della stessa squadra chiamata famiglia.
    Crescere i figli con empatia vuol dire non pensare che tutte le decisioni dobbiamo prenderle noi adulti, vuol dire ragionare in termini di squadra: il traguardo più importante è che quando si vince, si vince tutti, senza lasciare indietro nessuno. Il dialogo è un buon modo per sentirsi parte della squadra, aumenterà l’empatia e la corresponsabilità reciproca. Coinvolgiamo i nostri figli nella gestione delle incombenze della famiglia, ma anche nella ricerca della meta per un periodo di vacanze. Qualunque problema può essere affrontato cercando più idee dai nostri figli e, insieme con loro, è possibile esercitarci a trovare delle soluzioni che possano andare bene per tutti, ciò
  • Insegniamo con l’esempio e la gratitudine.
    L’apprendimento passa più dall’esempio che dalle nostre raccomandazioni.
    Abituiamoci in famiglia a esprimere gratitudine, praticandola ogni giorno: l’essere grati a noi stessi o agli altri darà più valore alle piccole o grandi cose che incontriamo nella vita. Superiamo il pensiero di mancanza per ciò che vorremmo ancora dai noi stessi e dai nostri figli e concentriamoci a celebrare ciò che tutta la famiglia già fa.

di Giuditta Mastrototaro
Pedagogista ed esperta nelle relazioni educative, curatrice del sito Pedagogia basata sull’empatia.

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