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redazione | Pedagogia

Quando insegnare significa accompagnare

19 Febbraio 2020

I genitori sono in grado di insegnare ai propri figli?

È una domanda che ci viene rivolta spesso per vari motivi. Infatti si presuppone comunemente (ed erroneamente) che non mandare i figli a scuola significhi fare per forza scuola a casa e nella maggior parte dei casi non è così (clicca qui per approfondire). Inoltre, si crede che l’apprendimento non sia possibile senza l’insegnamento e che i bambini necessitino di regole e guide nella fase dello sviluppo, quasi che l’apprendimento possa avvenire soltanto dietro imposizione.
Le neuroscienze hanno dimostrato che è vero il contrario (ma già l’avevano intuito illustri pensatori¹, anche molto tempo fa):

l’imposizione ostacola l’apprendimento!

Non da ultimo, si ritiene che i genitori siano normalmente inadeguati al compito di istruire la prole e che, se anche lo fossero, la commistione e sovrapposizione del ruolo genitoriale con quello dell’insegnante rappresenti un potenziale pericolo sia per la relazione genitori-figli, sia per gli esiti dell’apprendimento.

In quasi tutti gli approcci di istruzione parentale, e in particolar modo nell’unschooling, il genitore sceglie di seguire il più possibile le inclinazioni, gli interessi e le aspirazioni del proprio figlio², ribalta quindi i rapporti fra esperienza e apprendimento, rende vivida e immediata la relazione fra il soggetto e l’oggetto dell’apprendimento, riducendo al minimo l’intermediazione dell’adulto: il bambino (soggetto in apprendimento) è immerso nel fluire della vita e delle relazioni interpersonali. Ed è dall’incontro con le situazioni e le realtà concrete, che scaturisce l’inter-esse, la curiosità, il desiderio di conoscenza. Lo studio non avviene su proposta o richiesta dell’insegnante, dell’educatore, del genitore, ma per una necessità interna della persona (la cosiddetta motivazione endogena).

Chi non frequenta la scuola è per lo più dentro a un processo conoscitivo di cui lui stesso è il protagonista e può decidere cosa, come, quando e quanto imparare: soprattutto nella cosiddetta unschooling si abbandona consapevolmente il curriculum precostituito e non c’è nessun obiettivo da raggiungere a una data scadenza, ma il bambino percorre più o meno autonomamente le strade della conoscenza.

Al genitore che fa istruzione parentale non è quindi richiesto di insegnare nel senso scolastico del termine, ma di accompagnare il figlio nel proprio personale processo di apprendimento, di mettersi in gioco con lui.

Può capitare che il bambino chieda una risposta a una domanda precisa, o che si appassioni allo studio di qualcosa e che per questo richieda l’aiuto del genitore. Ebbene, si cercherà la risposta insieme, oppure il genitore potrà offrire il suo aiuto nello studio di un dato argomento.

Cosa c’è che un bambino può imparare, ma un genitore no?
Perché una mamma o un papà dovrebbero aver paura di dire che non sanno la risposta e che si impegnano ad affiancare i bambino nella sua ricerca?
Questo non può che far bene al rapporto genitore-figli.

Tornando al quesito iniziale, non importa se il genitore sa insegnare o no; il genitore che fa istruzione parentale è tenuto piuttosto ad accompagnare, a facilitare l’apprendimento, non a imporlo.

A sostegno di questa tesi ci vengono in aiuto dei dati oggettivi: alcuni studi compiuti negli Stati Uniti d’America, su un campione significativo di situazioni, evidenziano il miglior successo di figli di genitori senza titolo di studio rispetto ai loro coetanei scolarizzati e comunque provenienti da famiglie con un background culturale svantaggiato. In altre parole, si è visto che se i genitori non hanno un diploma, i loro figli imparano di più se non vanno a scuola che se ci vanno: pare infatti che in un contesto di tipo scolastico sia più difficile superare il gap culturale, piuttosto che in una situazione di apprendimento libero.


di Nunzia Vezzola
Docente di scuola superiore, mamma homeschooler e socia fondatrice dell’Associazione Istruzione Famigliare – www.laifitalia.it.


¹ Solo alcuni nomi : nel 1588 ne scrive Michel de Montaigne; verso la metà del 1700 Jean-Jacques Rousseau enuncia queste teorie nel suo L’Émile; nel XX secolo ne parlano Maria Montessori e John Holt.

² Questa centralità del ruolo del discente è uno dei punti cardine delle Indicazioni nazionali per il curricolo del 2012, ribadita nel 2018 e dovrebbe essere perseguita anche nel contesto scolastico.