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homeschooling testimonianza

Dopo oltre dieci anni di homeschooling e grazie anche all’esperienza maturata all’interno dell’Associazione LAIF, Nunzia Vezzola, docente e socia fondatrice, condivide la sua testimonianza offrendo alcune riflessioni sull’istruzione parentale e sfatando i più comuni pregiudizi.

Liberarsi dai condizionamenti interni

Quando si diventa genitori si posseggono inevitabilmente già dei modelli: di genitorialità, di educazione, di istruzione, di relazione di coppia, di vita familiare, di organizzazione lavorativa e persino di cittadinanza. Ciò porta ad assumere, o a rifiutare, i comportamenti e gli atteggiamenti degli adulti che hanno avuto un ruolo per noi: i nostri genitori, nonni e zii, gli insegnanti.
Come tutti i modelli, anche questi costituiscono un limite alla nostra creatività ed evoluzione personale; ci condizionano a nostra insaputa. È molto probabile che si scivoli nella reiterazione di atteggiamenti, comportamenti, dinamiche, linguaggi conosciuti da bambini: facilmente saremo mamme come sono state le nostre mamme, almeno in alcuni aspetti.
La scelta dell’homeschooling rappresenta un forte momento di superamento di molti schemi mentali che ci portiamo dentro, inevitabilmente, fin dalla più tenera età.
In istruzione parentale, potremmo diventare dei genitori diversi da quelli che abbiamo conosciuto, ma non necessariamente all’opposto; avremo un nuovo approccio all’educazione e all’istruzione, e anche la nostra relazione di coppia entrerà in una fase di rinnovamento. Probabilmente, la nostra scala di valori verrà rivista, così come la nostra organizzazione generale, il nostro impegno sul lavoro, la carriera, la gestione della casa.
Inoltre, ai genitori homeschooler è richiesto di esercitare una cittadinanza attiva, informata, matura; dovranno acquisire consapevolezza e forza per far riconoscere i propri diritti senza temere il confronto con i Dirigenti, i docenti, gli amministratori civici. Ovvero, per non considerare più queste figure come delle autorità irraggiungibili e infallibili, ma come funzionari incaricati di offrire un servizio e che assumono autorità nel momento in cui svolgono le loro funzioni in modo appropriato e rispettoso.
La scelta dell’homeschooling porta in generale a una crescita complessiva, come persone, come coppia, come famiglia, come membri della società.

Superare i luoghi comuni

Di ciò infatti si tratta: di luoghi comuni e quasi mai di leggi naturali dimostrate con rigore e metodo. Nel migliore dei casi, sono teorie fondate su dati statistici, non su ricerche o studi effettuati sui corrispondenti aspetti della natura umana.
La differenza? Facciamo qualche esempio.

I figli devono staccarsi presto dai genitori

Un conto è dire che, in una società di scolarizzati spesso precoci, un’elevata percentuale di giovanissimi, passando la maggior parte del tempo all’esterno del nucleo familiare, di fatto si allontana anche emotivamente, socialmente, cognitivamente dai genitori. E ciò è facilmente dimostrabile con una qualsiasi statistica.
Una cosa completamente diversa è dire che questo distacco è insito nella natura umana e che è inevitabile, o auspicabile. O magari persino sostenere che se il distacco non avviene nei primi 10 anni di vita, ci si trova in una situazione patologica.
Perché infatti così non è: i figli, invece, hanno bisogno di vivere una relazione emotivamente, socialmente e cognitivamente molto ricca, intensa e prolungata con i genitori, non solo in tenera età, ma anche ben oltre i 20 anni. Ciò è provato da numerosi studi soprattutto recenti[1].
La verità è che la nostra società tende fortemente a separare le persone e ad allentare i legami affettivi e familiari: in questo modo il singolo, e più ancora il bambino o il giovane, solo, esposto alla pressione del conformismo, del mercato, dei pari, risulta più indifeso e ne diventa facile preda.
I danni derivanti da queste scelte sono sotto gli occhi di tutti: dal preoccupante incremento delle patologie psichiatriche (disturbi alimentari, anoressia mentale, autolesionismo, depressione, pensieri di suicidio) ai problemi socio-relazionali di cui soffre l’intera società.

I bambini e gli adolescenti hanno bisogno di stare con i coetanei

Anche in questo caso, se limitiamo la nostra indagine ai rilevamenti statistici sul desiderio e/o l’abitudine dei giovani scolarizzati di frequentare i loro coetanei, abbiamo un certo risultato.
Se invece studiamo i bisogni innati di bambini e ragazzi in una situazione di naturalezza, vediamo che prevale piuttosto il bisogno di contatto con il nucleo familiare e con gli adulti del proprio gruppo sociale e poi via via con soggetti prossimi e lontani.
Se valutiamo gli effetti sull’apprendimento di una socialità aperta, verticale, intergenerazionale, vediamo che gli stimoli cognitivi, emotivi, relazionali sono notevolmente superiori.
E questo, ancora una volta, è dimostrato da studi recenti[2], anche se sfortunatamente poco presenti all’informazione di massa e scarsamente noti al grande pubblico.
Altri hanno indagato gli effetti nefasti di una socialità limitata al gruppo dei coetanei, della sostituzione del genitore con il gruppo-età come riferimento, per esempio Gordon Neufeld nel libro I vostri figli hanno bisogno di voi.

Durante l’adolescenza i figli devono rompere con i genitori e contestarli; diversamente, ci si trova in una condizione patologica

Certo, la stragrande maggioranza dei giovani che ha avuto un percorso di scolarizzazione “regolare”, magari già nell’infanzia o ancora prima, arrivano presto a un livello di compressione tale da finire per contestare, anche violentemente, e persino a rifiutare, i genitori dai quali sono stati precocemente separati, contro natura.
È stato dimostrato che questo comportamento appartiene alla natura umana?
Non mi risulta.
È piuttosto vero che, se ripensiamo ad altre epoche della nostra società italiana, quelle dei nostri nonni, per esempio, la contestazione giovanile non esisteva. E non solo perché forse non sarebbe stata tollerata, ma anche, se non soprattutto, perché la struttura sociale era tale da consentire ai bambini e ragazzi di vivere a lungo in seno alla propria cerchia familiare e alla comunità di cui erano parte. Senza strappi, separazioni forzate, allontanamenti, tranne in situazioni eccezionali, dettate dal bisogno.
Come riferimenti bibliografici possono valere quelli già citati sopra.

Per imparare bene serve un bravo insegnante

Se la nostra rilevazione si basa esclusivamente su quanto succede nelle aule delle scuole o delle università, l’affermazione può trovare una conferma.
Se invece si studiano le leggi biologiche dell’apprendimento, se si cerca di approfondire quali siano le dinamiche che regolano il processo dell’imparare, ci accorgiamo che esistono orizzonti molto diversi. Gli esseri sono infatti naturalmente capaci di apprendere e di acquisire competenze anche complesse, semplicemente interagendo con l’ambiente naturale, umano e sociale che li circonda, ed organizzando soluzioni di adattamento reciproco. E in ciò non hanno necessità di ricevere un insegnamento: a questo modo abbiamo imparato a camminare, per esempio, e a parlare la nostra prima lingua, quella materna.
Questa competenza fondamentale (imparare a imparare), così trascurata a scuola, ci accompagna invece per tutta la vita: dobbiamo infatti costantemente adeguarci a situazioni nuove e operare delle correzioni o innovazioni e trovare soluzioni nuove nei vari momenti della nostra storia.
Spesso l’insegnamento (anche se camuffato dietro a tecnologie o al velo del laboratorio creativo) è demotivante perché frustra l’innato bisogno di autonomia dei ragazzini. Le leggi biologiche dell’apprendimento, insite nella nostra natura, se conosciute e applicate con coerenza, danno serenità e fiducia e portano a risultati eccellenti. Una di queste è che i ragazzini in apprendimento devono muoversi in autonomia ed essere protagonisti del proprio percorso, che ha sì delle analogie con il patrimonio comune, ma tuttavia ha una sua unicità. Se invece si pensa a un curriculum di studio diretto dall’esterno, da un adulto, o da un’autorità, si crea un’interferenza negativa nel processo, che facilmente ne risulta disturbato. I bambini sono dotati di una meravigliosa capacità di imparare e ognuno di loro sa di cosa ha bisogno per sviluppare i propri talenti innati.
La bibliografia sulla non necessità di un insegnamento per apprendere e su come invece sia più efficace un apprendimento autodiretto, che passa attraverso il gioco libero, è vasta. Cito soltanto alcuni tra gli autori più noti: Peter Gray, John Holt, André Stern.
La nuova genitorialità a cui ci si apre quando si sceglie l’homeschooling è fatta di umiltà, rispetto, fiducia e di un atteggiamento non giudicante: l’umiltà di chi passa il timone al bambino e sa stare dietro le quinte, la fiducia nella Natura e nelle competenze del piccolo, il rispetto dei suoi tempi e delle sue caratteristiche, comprese le sue fragilità, la totale sospensione del giudizio e del confronto, che bloccano il bambino e lo rendono insicuro.

I bambini hanno bisogno di regole

Chi ha dimostrato questo assunto? Come? Forse si può affermare con maggiore certezza che sono gli adulti ad aver bisogno di dare delle regole ai bambini per poterli contenere. I bambini, le regole, le imparano in modo naturale vivendo nella società: questo fa parte delle tecniche di adattamento all’ambiente, che è una delle nostre principali strategie di sopravvivenza.

Per socializzare è necessaria la scuola

Questo è di gran lunga il più diffuso pregiudizio sull’homeschooling. Su questa base, molti temono che gli homeschooler vengano privati di occasioni di socializzazione importanti.
Ma se così fosse, mi vengono spontanee alcune domane. Che tenuta hanno, mediamente, nel tempo, le compagnie e le alleanze (amicizie?) che nascono a scuola? Come socializzano gli adulti che non vanno a scuola? Come si socializzava nelle grandi civiltà (Egizi, Greci, Inca, Maya, Cinesi) che non conoscevano la scuola di massa?
O invece si può, volendo, intessere relazioni interpersonali significative anche in luoghi e momenti diversi?

L’homeschooling fa bene alla famiglia

Se l’articolo 30 della nostra Costituzione afferma «il dovere e il diritto dei genitori di mantenere, istruire, educare i figli», in homeschooling la famiglia prende in mano e diventa protagonista dei ruoli che le sono attribuiti dalla Natura e dalla civiltà perché annulla almeno una delega, quella di istruire ed educare i propri figli, ma molto spesso, ne sospende anche altre, in altri ambiti.
Ciò implica un percorso di consapevolezza e assunzione di responsabilità altrimenti molto raro: i genitori devono informarsi, imparare a esercitare una cittadinanza attiva nei confronti delle varie istituzioni (scuola, sindaco, assistenti sociali, ecc). Devono conoscere a menadito alcuni documenti fondamentali: dalla Costituzione alle Raccomandazioni del Consiglio d’Europa, passando per le Indicazioni nazionali per il curricolo del 2012.
Questo processo di crescita si estende a tutte le sfere della vita, anche alle relazioni familiari e sociali. Fare homeschooling è infatti anche stare con i figli nel cammino della vita (definizione di Giulia Pecis Cavagna). Ed è proprio questo prenderli per mano e vivere insieme a loro il percorso di crescita e di apprendimento che è un plus-valore dell’homeschooling. Questo ridare tempo e spazio alla vita nella comunità reale rappresenta una risorsa enorme per la famiglia stessa.
La condivisione di momenti di crescita è l’antidoto migliore alla frantumazione del nucleo familiare, allo svuotamento del senso della famiglia.
Come insegnante di scuola superiore, sempre più spesso incontro genitori di alunni, i quali mi dicono, fra le lacrime, di non riconoscere più i propri figli. Li hanno affidati alla società e alla scuola e adesso si ritrovano in casa degli sconosciuti, che parlano un linguaggio che i genitori non approvano, che hanno ritmi di vita completamente estranei a quelli degli altri membri della famiglia. Ecco, in un homeschooling equilibrato e coerente, ciò è quanto meno raro: ognuno ha naturalmente le proprie peculiarità, i figli crescono e si rendono sempre più autonomi, ma senza strappi.
Dalla scelta dell’homeschooling tutti i membri della famiglia traggono vantaggio; tutti stanno bene in famiglia.

Evitare i dispositivi elettronici

Ci sono molti motivi per usare estrema prudenza, o meglio, per evitare il più possibile di mettere la mente di nostro figlio in mano a un dispositivo elettronico.

  • Intanto, perché i bambini devono giocare[3]: il gioco è infatti un catalizzatore potentissimo di apprendimenti. Ma, non a un gioco qualsiasi! Devono giocare con tutto il corpo, non solo con le dita. E devono fare un gioco libero, autoguidato, non strutturato!
    Nei giochi elettronici, le regole sono stabilite dall’esterno. Invece il bambino e il ragazzo hanno bisogno, per imparare veramente, di darsi le proprie regole di gioco, oltre che di apprendere a gestire regole esterne, e di giocare correndo, sporcandosi, saltando, strisciando, con oggetti semplici e non con giocattoli.
  • Poi, perché non si impara se non nella relazione; l’apprendimento esclusivamente attraverso il dispositivo elettronico non è efficace[4].
  • Inoltre, tutti gli schermi sono fortemente impattanti sullo sviluppo cognitivo e sociale: riducono la capacità di apprendimento in generale, favorendo i disturbi di attenzione e concentrazione, interferiscono nelle relazioni sociali, falsandole. La Società Italiana Pediatri ha pubblicato recentemente un documento contenente raccomandazioni, sull’«Italian Journal of Pediatrics», in cui si mette in guardia dai possibili danni derivanti dall’esposizione agli schermi (tablet, smartphone, televisione, videogiochi, computer) in tenera età (qui alcune parti del testo).
  • Il tempo dedicato ai giochi elettronici è tempo rubato al gioco libero, naturale, autodiretto, creativo, che è l’unico che genera un apprendimento efficace.
    Qualcuno dirà che ci sono dei software utili, per esempio, allo sviluppo delle competenze logico-matematiche. Va bene, ma perché ricorrere al mondo virtuale, denso di rischi, quando il mondo reale è ricchissimo di questo tipo di stimoli?
  • Inoltre, la maggior parte dei dispositivi elettronici comunemente in uso tra i bambini e giovani ha delle potenzialità enormi, spesso sconosciute agli stessi fruitori: consentono di connettersi in un attimo con qualsiasi parte del mondo e di disporre di una quantità infinita di informazioni. Il tutto, senza un filtro “intelligente”, o meglio, maturo e responsabile.

Quando si pensa di regalare un telefono a un ragazzino (spero non a un bambino), in realtà gli si mette in mano un dispositivo che può produrre degli effetti sproporzionati, sulla sua psiche, sulle sue capacità cognitive e relazionali, sul suo bagaglio.
Faremmo davvero meglio a regalargli, se proprio serve, un telefono che telefoni e basta. A maggior ragione in homeschooling, dove i ragazzini trascorrono molto tempo in prossimità di adulti responsabili, attenti e collaborativi (dove c’è una rete anticaduta) e quindi spesso non hanno nemmeno la necessità di un telefono privato.

Genitori informati, cittadini attivi

Non è possibile fare homeschooling senza confrontarsi almeno con l’istituzione scolastica: il Dirigente e/o i docenti ci chiederanno di espletare delle formalità amministrative, magari loro stessi saranno insicuri sulla procedura, che nella quotidianità è piuttosto rara. Ma non è escluso che anche il sindaco ci contatti, nella persona degli assistenti sociali.
Una necessità si impone: quella di essere preparati sugli aspetti normativi e amministrativi! È un imperativo, soprattutto per dei genitori che hanno deciso di non delegare.
Ne consegue un ulteriore imperativo: quello di vedere riconosciuto il proprio diritto-dovere di istruire i propri figli secondo gli articoli 30 e 33 della Costituzione[5].
Come genitori in homeschooling si impara a non demordere, a essere determinati, a lottare per i propri diritti. Si impara a non interfacciarsi con il Dirigente o i servizi sociali come con un’autorità, ma come con un servizio garantito dalla Repubblica. Un servizio finanziato anche da noi che non ne usufruiamo, dichiaratamente “aperto a tutti” (articolo 34 della Costituzione) e volto al favorire il pieno sviluppo della persona umana (che in questo caso sarebbe nostro figlio), secondo l’articolo 3 della Costituzione.
Può succederci quindi di dover informare i Dirigenti, docenti, Sindaci, assistenti sociali sulle norme e le clausole, nonché i procedimenti, che regolano l’homeschooling. In tutte queste circostanze abbiamo modo quindi di esercitare una cittadinanza attiva di alto livello sociale e culturale: siamo testimoni e pionieri di un cambio di paradigma estremamente virtuoso.

Ripensare il lavoro, la casa e l’organizzazione familiare

Lavoriamo per vivere, non viceversa. Questa asserzione diventa ancora più vera e necessaria quando si sceglie l’homeschooling e, di conseguenza, va rivista la propria scala di valori.
Se al primo posto ci sono i nostri figli, la loro serenità, istruzione, educazione, la loro crescita equilibrata, allora si deve rivedere l’organizzazione familiare e la carriera scende nella scala dei valori.
Io ho fatto il part-time per oltre dieci anni, altri genitori hanno cambiato lavoro, altri ancora, soprattutto donne, hanno rinunciato al posto fisso per fare spazio alla loro creatività e hanno deciso di reinventarsi professionalmente. In alcuni casi, i genitori si sono dati il cambio nell’accudimento dei figli, magari facendo dei turni di lavoro alternati.
Come conseguenza delle minori entrate, molti hanno scelto di adottare uno stile di vita più sobrio; alcuni hanno deciso di entrare a far parte di reti di solidarietà, scambio e condivisione.
L’abitazione spesso si è adeguata alla presenza assidua dei bambini e dei ragazzi, anzi, ha subito degli adattamenti che l’hanno resa un efficace luogo e strumento di apprendimento non strutturato (naturale): libertà di movimento al suo interno, accesso libero a tutto ciò che non è pericoloso, per sviluppare la curiosità e l’autonomia; la cucina sempre aperta e accogliente, 24 ore su 24, anche per gli esperimenti e la manipolazione di materiali; gli spazi condivisi prevalgono su quelli privati, i bei soprammobili fragili vengono sostituiti da oggetti che possono destare interesse, venire esplorati e usati in modo creativo.
Un altro must è la frequenza assidua di gruppi, amici, parenti, conoscenti: i bambini in homeschooler devono essere circondati da un discreto numero di persone che li possano accompagnare nel loro percorso di apprendimento.

Genitori, rilassiamoci!

All’inizio un po’ di apprensione è comprensibile: è tutto così nuovo! Le paure, i dubbi sono davvero tanti. E tutto il mondo intorno a noi sembra far di tutto per aumentare ulteriormente ansia e insicurezza (spesso il record lo battono i parenti, soprattutto quelli più prossimi). Ma poi si capisce che i figli stanno bene e che sanno cosa fare. Si vede che fioriscono. Mio figlio ha persino cambiato carattere con l’homeschooling: è diventato più solare! La condivisione aumenta, la relazione fluisce.
Diventa chiaro che il nostro ruolo non è quello di organizzare eventi, workshops, viaggi, di partecipare a laboratori, non dobbiamo pensarci come la segretaria di un manager che gli cura l’agenda. Dobbiamo invece lasciare che le cose avvengano, che il processo di apprendimento segua il suo corso naturale, dentro la società reale, occupandosi di situazioni concrete e complesse, spinti dal bisogno innato di sapere e di saper fare.
Naturalmente dobbiamo cercare di offrire delle occasioni di apprendimento (non di insegnamento) e dobbiamo fare in modo che siano consone alle caratteristiche dei nostri figli e in linea con gli obiettivi e i traguardi delle Indicazioni nazionali per il curricolo, cioè con le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa. Offrire senza pretendere che seguano la strada che avevamo immaginato, offrire lasciandoli liberi di scegliere.
Con fiducia.


[1] Senza pretesa di esaustività: Mac Kean P. 1985, Shore 2001 e 2008, Cozolino 2006, Luby 2012, Teicher 2012, Champagne 2008, Neufeld 2012
[2] Senza pretesa di esaustività: Cozolino 2006, Dunbar RIM 2007, Howe 2015, Alvarez 2017
[3] Dewar G. 2008, Gray P. 2015
[4] Patricia Kuhl, 2003
[5] Art. 30: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti»; Art. 33: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento».

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